Le Ferriere di Mongiana (premessa)
 
 

Questa ricerca nasce dall’esigenza di far luce su un’epoca industriale del Mezzogiorno, in particolare della Calabria, non sufficientemente conosciuta,  valorizzata e pubblicizzata. È quella caratterizzata dall’esistenza e dall’attività del complesso metallurgico della Mongiana  che svolse un importante ruolo soprattutto durante il periodo francese e borbonico.
Siamo di fronte ad un evento di estrema importanza che mette in luce, per la  prima volta, come una parte della popolazione calabrese si sia confrontata con il lavoro in fabbrica, anche se in condizioni molto difficili e disumane, e come questa categoria di operai abbia dovuto pagare, successivamente, attraverso l’emigrazione, colpe non sue, addebitabili, invece, ad una classe dirigente, specialmente quella post-unitaria, che si rifiutò di sostenere lo sviluppo dell’industria meridionale. Noi siamo convinti che questa esperienza secolare calabrese avrebbe potuto costituire l’avvio di un processo di industrializzazione  vero e proprio della Calabria e dell’intero Mezzogiorno.
Le difficoltà di gestione delle ferriere durante tutto l’arco temporale della loro attività (oltre cento anni), dimostrano, purtroppo, quanto fosse difficile, pur in presenza di grandi potenzialità della zona in termini di risorse naturali (acqua, miniere e boschi), consolidare il tessuto produttivo regionale. Non solo, infatti, nobiltà e clero soffocavano, in generale,  qualsiasi tentativo di crescita sociale, economica e culturale della regione, ma lo stesso Governo centrale dimostrava scarsa sensibilità alla formazione di una classe di operai industriali in grado di specializzarsi, a favore dello sviluppo di un settore strategico per il Regno stesso, visto che si trattava di una fabbrica d’armi e di  produzione di manufatti per usi plurimi, in primo luogo  civili ed agricoli.
La ricerca effettuata, prevalentemente, presso l’Archivio di Stato di Catanzaro, si è concentrata anche sulla particolare situazione sociale ed economica delle popolazioni locali e sullo sfruttamento degli operai, a tutti i livelli. Si è tentato di ricostruire, per quanto possibile, attraverso la corrispondenza contenuta nei relativi fascicoli, tutta la vita del complesso metallurgico della Mongiana, partendo dall’iniziativa intrapresa dallo spagnolo Giovanni Francesco Conty, di proporre al Governo borbonico, ai tempi di Ferdinando IV, l’individuazione di un’area adatta per ampliare le Ferriere del Bosco del demanio di Stilo, sviluppatesi durante il vicereame spagnolo.
 Fu così che il Conty, incaricato nel 1771  dai Borboni, nel quadro di un ammodernamento dell’antica attività siderurgica, già esistente in Calabria sin dall’anno Mille,  individuò quest’area nel posto dove attualmente ricade il comune di Mongiana, in una località detta «Cima»,  all’interno della quale scorreva un piccolo ruscello denominato «Mongiana», tra i comuni di Fabrizia e Serra S. Bruno.
I boschi, l’acqua necessaria per la forza motrice e la posizione strategica della zona, rispetto ai porti di Vibo e di Pizzo, furono alla base dei criteri della scelta di localizzazione. Tuttavia, ci vollero oltre dieci anni per l’avvio della prima produzione di ghisa e ferro fucinato e circa vent’anni per completare l’organizzazione e l’intera struttura industriale.
Nel 1791, Massimiliano Conty, figlio di Giovanni Francesco, prese in mano l’amministrazione delle ferriere. Per migliorare la qualità della produzione che veniva utilizzata, prevalentemente, per usi bellici, fu deciso di assegnare alla direzione della Marina e della Guerra, piuttosto che a quella delle Finanze, la gestione ed il controllo della fabbrica. I militari sovrintenderanno ai lavori delle ferriere fino all’ Unità d’Italia ed apporteranno, nei vari periodi, sostanziali modifiche ai processi produttivi, nei limiti consentiti dalle risorse finanziarie loro assegnate dai governi succedutisi nel tempo.
Sia il periodo francese che quello borbonico, fino al 1860, anche se con alterne vicende, consentirono al complesso metallurgico di Mongiana  di ampliarsi e consolidarsi, permettendo la creazione, tutt’intorno all’insediamento, di un agglomerato urbano che in seguito (1852) divenne il  comune autonomo di Mongiana, già  frazione di Fabrizia. Inoltre, la nascita dell’industria metalmeccanica privata permise agli stabilimenti di Mongiana di estendere la propria attività anche alla produzione civile, tanto è vero che alcuni tecnici specializzati in Europa, su mandato degli stessi Borboni, proposero la costruzione di una nuova fonderia, distante circa 10 chilometri, denominata la Ferdinandea (dal nome di Ferdinando II  re di Napoli, il quale diede un impulso notevole a tale settore).
Fu così che la gestione delle ferriere subì alterne vicende a causa di diversi fattori, sia di natura qualitativa che di natura finanziaria. I periodi di maggiore produzione coincidevano con i periodi bellici, in un contesto storico nel quale i rispettivi governi necessitavano di armi da fornire all’esercito. Quello più importante per lo sviluppo strutturale di questo settore coincise con il decennio 1830/1840 e la manodopera impiegata a Mongiana, a vario titolo, contava a quell’epoca circa 1.500 persone.
Anche una fonderia privata del principe Carlo Filangieri di Satriano, localizzata in contrada Razzona di Cardinale, si era collegata funzionalmente, già sin dal 1824, con quelle del Regno. 1 Come verrà dimostrato in seguito, purtroppo, il lavoro degli operai era molto duro, anche se fu tentato, in alcuni casi, di regolamentare al meglio le condizioni di vita di questa gente. Rimaneva, comunque, un dato costante nella gestione di questi stabilimenti. Era  la concezione  esclusivamente produttivistica delle ferriere,  che penalizzava fortemente la classe operaia le cui esigenze diventavano residuali e marginali rispetto all’ «imperativo» di «produrre a tutti i costi», allorquando i governi che si succedettero ritennero che bisognava rifornirsi di armi.
Continue e ripetute furono le lamentele e le rimostranze da parte della manodopera contro l’atteggiamento dei militari che, a parte qualche eccezione, non si  mostrarono certo sensibili rispetto ai  reali bisogni e lo sfruttamento dei lavoratori fu intenso e continuo, a tutti i livelli professionali. «Trattenute», imbrogli, furti «scientifici» e furti per disperazione, si dice, erano all’ordine del giorno, mentre scarsissima era la sensibilità nei confronti dei lavoratori e delle loro famiglie da parte del Governo, molto lontano dalla «periferia».
Gli stabilimenti di Mongiana, la cui nuova fabbrica d’armi fu realizzata nel 1852, in alcuni periodi producevano a pieno ritmo, «sopravvivendo» alle catastrofi naturali ed alle avversità atmosferiche in una regione orograficamente difficile come la Calabria.
Basti ricordare  i terribili e devastanti terremoti del 1783, l’epidemia di vaiolo del biennio 1784/85, le inondazioni e le alluvioni del 1792/95, l’epidemia di colera del 1848 e l’alluvione del 1854 che misero in ginocchio quasi  i due terzi della popolazione calabrese.
L’unificazione d’Italia (1860) decretò l’avvio inesorabile della decadenza degli stabilimenti di Mongiana che vennero  definitivamente chiusi nel 1871 e venduti nel 1874, travolti, tra l’altro,  dalle conseguenze della caduta delle barriere doganali  che non consentirono al Sud d’Italia, schiacciato dalla «forza» economica del  Nord,  di adeguarsi, per tempo,  al «nuovo corso» .
La storica debolezza del Mezzogiorno, e della Calabria in particolare, «terra di passaggio», di soprusi e di rapina, ha consentito a tutti i «colonizzatori» di considerare i popoli del Sud, prevalentemente, un serbatoio di manodopera, contribuendo sempre più al degrado della Regione ed al suo impoverimento culturale. In questo contesto nacque, visse e morì  un centro metallurgico di valenza strategica, voluto dai Borboni, sostenuto dai Francesi e collassato dal Governo post-unitario. Il tutto nella totale insensibilità da parte di quella classe dirigente meridionale che non volle mai comprendere l’importanza di una sana politica industriale  e che, se adeguatamente sostenuta, avrebbe potuto rappresentare la prima «migliore pratica» del Mezzogiorno, subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia.
La storia di questo grande complesso metallurgico, che produceva quasi  il 20% dell’intera produzione del Regno delle Due Sicilie, ed i successi ottenuti dai prodotti di Mongiana in fiere ed esposizioni nazionali ed internazionali, sono quasi sconosciuti ai calabresi d’oggi. Questo lavoro, quindi,  è un tentativo di ricostruzione di un periodo importante della storia economica della Calabria, per cercare di «rendere giustizia» ad una serie di eventi che hanno  visto protagoniste alcune «popolazioni della montagna calabrese» che, direttamente o indirettamente, avevano intravisto negli stabilimenti di Mongiana e della Ferdinandea un’occasione di riscatto morale e di crescita sociale per loro e per le future generazioni.
Oggi abbiamo noi il dovere morale di  dare «prestigio storico» a questi avvenimenti ed a questo pezzo di storia della siderurgia calabrese, valorizzando  e tutelando un patrimonio storico-artistico che può costituire un segmento delle peculiarità regionali, nel quadro dello sviluppo strutturale della Calabria. Insieme con altre specificità d’area, le ferriere di Mongiana possono costituire, infatti, un importante fattore di attrazione turistico-culturale della Regione.
Sarebbe, pertanto, utile che gli enti locali  interessati proponessero alla Regione Calabria la realizzazione di un «Grande progetto strategico»,  finalizzato al restauro della fabbrica d’armi ed alla salvaguardia e valorizzazione dei resti di tutto il complesso siderurgico della Mongiana. E ciò, affinché storia e cultura, dignità e riscatto, orgoglio delle proprie origini e volontà di cambiamento diventino le «condizioni forti» per una nuova Calabria che appartenga realmente ai calabresi.


POLITICA ECONOMICA DELL'UNIONE EUROPEA
Anno Accademico 2008-2009 | Docente: Prof. Vincenzo FALCONE

 


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