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VINCENZO FALCONE
 
La lotta alla  criminalità organizzata secondo i programmi di governo delle Giunte regionali della Calabria dal 1970 ad oggi
  
Ottobre 2015
 
 
 
Introduzione
L’obiettivo di questo focus, non è stato quello di scrivere un documento sulla mafia, ma quello di riportare, in modo acritico, gli intendimenti delle forze politiche di maggioranza, nei 45 anni di vita dell’Istituto regionale, in ordine alla lotta contro il fenomeno mafioso, per dimostrare come gli impegni contenuti nei vari programmi politici di governo, in questo ambito, si siano rivelati delle semplici enunciazioni di principio, senza alcuna pratica attuazione.
        Lo dimostra il fatto che le diagnosi e le terapie enunciate per combattere, in modo efficace, questo gravissimo problema che affligge, tuttora, in maniera pesante la Calabria, si ripetevano in modo pedissequo e senza risultati concreti, dimostrando l’incapacità delle istituzioni di elaborare ed attuare un vero progetto di costruzione di una cultura della legalità e di un forte sbarramento al dilagare sempre più devastante del potere criminale.
        Le tre conferenze promosse dal Consiglio regionale su “Mafia, Stato e Società”, rispettivamente negli anni 1976, 1983 e 1989, sono da considerare solo  delle “timide” iniziative, senza alcuna capacità di impatto contro la criminalità organizzata, atteso che, durante questo periodo, la mafia si è rafforzata sempre più, indebolendo ulteriormente le prospettive di crescita dell’intero sistema calabrese.
     La ‘ndrangheta, oggi, “vanta” il triste primato di un giro di affari annuo che supera, secondo i dati Eurispes, i 45 miliardi di euro, quasi il 3% del Pil italiano, una volta e mezzo il Pil calabrese e, come sottolinea la Svimez, nel suo “Rapporto sull’economia e la società calabrese”, pari alla ricchezza nazionale dell’Estonia e della Lettonia messe insieme[1].
Nel rinviare alla ricca bibliografia esistente l’analisi del fenomeno mafioso calabrese, riportiamo di seguito, i contenuti specifici di tutti i documenti politico-programmatici che hanno dato vita agli esecutivi regionali nei primi trent’anni di legislatura dell’Ente regione e le indicazioni formulate dai Governatori regionali, a partire dal’anno 2000.
 
I contenuti dei programmi di governo
1)     Prima legislatura (1970/1975)
Non esistono riferimenti specifici sulla lotta contro la criminalità organizzata, nei due documenti politico-programmatici approvati dal Consiglio regionale, che diedero vita alle due giunte di centro sinistra presiedute, rispettivamente, dai democristiani Antonio Guarasci (1970/1974) ed Aldo Ferrara (1974/1975), fermi restando i numerosi dibattiti, al riguardo, avvenuti all’interno dell’Assemblea regionale durante questa legislatura.
Inoltre, il Presidente Guarasci, già nel 1968, aveva pubblicato sui “Quaderni di cronache  calabresi” un suo discorso su “La mafia in Calabria”.
 
2) Seconda Legislatura (1975/1980)
2.1)            Documento politico-programmatico approvato dal Consiglio regionale nella seduta del 29 agosto 1975[2]
 
“La Calabria evidenzia, ancora di più i caratteri di una regione emarginata e priva della possibilità di un effettivo processo di sviluppo.
A questa situazione si intreccia una grave crisi morale che si manifesta col dilagare di fenomeni mafiosi e di criminalità comune.
Tali fenomeni provocano profondi mutamenti nella coscienza civile delle popolazioni, si ripercuotono sull’ordinato svolgimento della vita sociale, condizionano le pur gracili strutture produttive, colpiscono, in modo diretto ed indiretto, grande masse di cittadini.
A fronte di questa situazione, i cinque partiti ritengono concordemente che occorra la più ampia unità delle forze democratiche e regionaliste, al fine di mobilitare tutte le energie del popolo calabrese a sostegno di una vasta ed incisiva azione di rinnovamento economico e sociale, di crescita di nuovi valori morali e culturali.
Questo impegno, nell’autonomia di valutazione e di collocamento di ciascuna forza politica, deve esprimersi in conseguenti comportamenti politici, in programmi che rispondano alle esigenze immediate ed a quelle a più ampio respiro, sempre raccordati all’obiettivo di una straformazione e crescita produttiva della Calabria.
A tal fine, i cinque partiti ritengono indispensabile una svolta nei rapporti tra le forze politiche democratiche fondata, coerentemente, sul confronto, sull’intesa e sulla collaborazione tra le forze di ispirazione popolare, democratica ed antifascista, superando  ogni pregiudiziale discriminazione”.
 
2.2)        Documento politico-programmatico approvato dal Consiglio regionale nella seduta dell’8 ottobre 1976[3]
 
“Si esasperano e si estendono, inoltre, i fenomeni di delinquenza comune, le attività criminose della mafia, i cui riflessi nell’ordinata vita sociale e civile sono stati evidenziati durante la conferenza sulla mafia indetta dall’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale”.
 
2.3)       Documento politico-programmatico approvato dal Consiglio regionale nella seduta del 22 marzo 1978[4]
 
Si confermano i contenuti del precedente Documento politico-programmatico dell’8 ottobre 1976.
 
2.4)       Documento politico-programmatico approvato dal Consiglio regionale nella seduta dell’11 aprile 1979[5]
 
Si confermano i contenuti del precedente Documento politico-programmatico  del 22 marzo 1978.
 
 
3) Terza Legislatura (1980/1985)
 
3.1)    Documento politico-programmatico approvato dal Consiglio regionale nella seduta del 4 dicembre 1980[6]
 
        “La condizione di degradazione della società civile che contraddistingue questa fase di emergenza della Calabria, è ulteriormente complicata ed aggravata dalla presenza del fenomeno mafioso che rischia di avvolgere, nelle sue devastanti spire, lo stesso futuro della Regione.
        La perdita di stabilità dell’organizzazione mafiosa, rivelatasi a seguito di una serie non ultimata di efferati delitti e di vere e  proprie guerre tra cosche mafiose, dimostra quanto profonda e preoccupante sia questa presenza nella società civile.
        Una presenza che il delitto da solo non rivela se è vero che minacce, estorsioni, intimidazioni e paura costituiscono ormai l’immancabile corredo di qualunque operatore economico.
E tuttavia, occorre avere consapevolezza che questo fenomeno è in fase evolutiva.
        Si industrializza e si riorganizza su basi diverse, tentando il salto di qualità secondo canni e regole ancora difficilmente scrutabili ma che, comunque, portano il segno della violenza e della prevalenza del più forte, della prepotenza e del dispregio verso qualunque principio di civiltà che si pone a base della convivenza umana.
        Tutto questo richiede una più pertinente conoscenza ed una più attenta valutazione del fenomeno e vanno, perciò, sostenuti ed incoraggiati gli sforzi prodotti in maniera seria e con rigore scientifico, per realizzare una più puntuale ed esatta cognizione ed evoluzione della dimensione del fenomeno.
        Certo, si tratta di una realtà che non può essere ignorata o tollerata: abbiamo sotto gli occhi una società in crisi e profondamente ammalata.
        Le stesse forze politiche, sociali e culturali risentono, indirettamente, di questa pesante situazione e scontano la loro responsabilità in proporzione agli spazi di governo e di controllo sociale che hanno occupato od esercitato nella regione.
        Nasce da questa consapevolezza il dovere di assumere conseguenti e coerenti iniziative, capaci di arrestare il degrado verso forme di convivenza via via più primitive e, in primo luogo, occorre dimostrare la volontà di affrontare questa enorme piaga sociale.
        L’ancoraggio ai valori verso il rispetto della personalità umana, ai valori morali pubblici e privati, ai canoni della buona amministrazione e della onestà intellettuale e politica, un’opera di bonifica sociale,un processo di sviluppo economico e culturale, la valorizzazione dell’impegno educativo nella famiglia e nella scuola, sono tutte iniziative che è possibile sollecitare ed assumere per aggredire alla radice questa piovra dai mille tentacoli, senza distrazione e senza criminalizzazioni.
        Sul terreno della terapia, le forze politiche e sociali, quelle culturali e religiose, quelle produttive e professionali devono trovare un’intesa per combattere una battaglia lunga e difficile.
        Ma questa opera rischia di essere vana - oltre che essere estremamente complessa – se a questa tensione ideale e morale non si accompagna l’adozione di alcune misure concrete di contenimento della escalation delittuosa.
Si tratta di individuare, rapidamente, mezzi e strumenti capaci di prevenire e reprimere la sequela dei sequestri di persona, di delitti impuniti e sollecitare il rafforzamento dell’efficienza dell’apparato giudiziario e delle struttura di polizia.
        A riguardo, devono essere considerati insufficienti i recenti provvedimenti di potenziamento della magistratura, mentre appaiono incoraggianti le dichiarazioni programmatiche del nuovo governo nazionale.
        Le stesse forze dell’ordine vanno accuratamente addestrate per poter affrontare una situazione che è peculiare e che, probabilmente, non ha riscontro in Italia.
        Ma vanno assunti anche provvedimenti capaci di scoprire l’illecito arricchimento e l’esistenza parassitaria, come il censimento delle proprietà immobiliari e le indagini di carattere patrimoniale, per combattere le nuove forme sotto cui il fenomeno mafioso si evidenzia.
        Tutto questo va portato avanti subito. Impegno prioritario delle Giunta regionale dovrà essere, quindi, la predisposizione di iniziative  adeguate e specifiche”.
 
 
3.2)   Documento politico-programmatico approvato dal Consiglio regionale nella seduta del 12 agosto 1982[7]
       
 
        La condizione di degrado in cui versa la società calabrese è, ulteriormente, complicata ed aggravata dalla presenza del fenomeno mafioso che rischia di avvolgere nelle sue devastanti spire lo stesso futuro della regione: delitti efferati, vere e proprie guerre tra cosche mafiose, minacce, estorsioni, sequestri ed intimidazioni rappresentano l’immancabile corredo di qualunque operatore economico.
        La mafia, nel tempo, si industrializza e si riorganizza su basi diverse, tentando il salto di qualità secondo canoni e regole ancora difficilmente individuabili ma che, comunque, portano il segno della violenza e della prevalenza del più forte, della prepotenza e del dispregio verso qualunque principio di civiltà che si pone come base dei più elementari ed essenziali principi per la convivenza umana.
        E’ necessaria, pertanto, un’opera di bonifica sociale che caratterizzi il rispetto della personalità umana e dei valori morali e civili, attraverso un processo di sviluppo economico e culturale, la valorizzazione dell’impegno educativo nella famiglia e nella scuola; un fenomeno così agguerrito e così organizzato si può combattere solo con un’articolazione statuale, altrettanto, agguerrita ed ancor più organizzata ed efficiente.
        A tale proposito, vanno accuratamente addestrate le forze dell’ordine, potenziate le strutture della magistratura, ma vanno assunti anche provvedimenti contro l’illecito arricchimento e l’esistenza parassitaria, come il censimento delle proprietà immobiliari e le indagini di carattere patrimoniale.
        La Regione, pertanto, deve impegnarsi per la predisposizione di iniziative e strumenti capaci di garantire la società calabrese, nel contempo, di frenare ed isolare il fenomeno mafioso.
        Ciò premesso, si rende indispensabile la convocazione della Seconda Conferenza Nazionale su “Mafia, Stato e Società”.
 
3.3)       Documento politico-programmatico approvato dal Consiglio regionale nella seduta del 27 dicembre 1983[8]
 
        I gruppi sottolineano che la lotta contro ogni forma di criminalità organizzata, deve restare obiettivo permanente dell’azione degli organi della Regione per bonificare la società calabrese dal delitto, dall’omertà, dalle intimidazioni, dalle estorsioni e restituire ai cittadini, ai lavoratori ed agli operatori tranquillità di vita, rispetto della persona umana, possibilità di lavoro onesto, di crescita ordinata e di sviluppo economico e civile.
        La Seconda Conferenza sulla Mafia, con le sue risultanze certamente positive, ha indicato alla Regioni iniziative nuove e strumenti più efficaci per un’azione di prevenzione, di vigilanza e di repressione che, insieme con quelli già messi in atto ad ogni livello e con la collaborazione degli Organi della Stato, della Magistratura e della Scuola, consentiranno di fare decisivi passi avanti per il definitivo sradicamento  di questo funesto fenomeno della nostra regione.
 
4) Quarta Legislatura (1985/1990)
 
4.1)    Documento politico-programmatico approvato dal Consiglio regionale nella seduta dell’8 novembre 1985[9]
 
        La situazione calabrese, dopo il voto del 12 maggio ed il risultato del referendum con esso contraddittorio, impone l’esigenza primaria di una politica di difesa e di rafforzamento democratico e sviluppo economico e sociale, tanto più urgente in un quadro contrassegnato da gravi fenomeni involutivi e dal persistere ed accentrarsi degli equilibri interni, oltre che con le aree più forti del Paese.
        L’assistenzialismo imperante, unitamente all’assenza di prospettive e di sbocchi, specie per i giovani laureati e diplomati, il diffondersi del fenomeno della delinquenza organizzata e della mafia e la crisi politica ed istituzionale, rischiano di creare un clima di rassegnazione e di sfiducia che finisce per rappresentare il maggiore ostacolo ad una linea di ripresa democratica e di rinnovamento.
        Esistono in Calabria forze, disponibilità, energie che vanno recuperate ed impiegate su un progetto di trasformazione delle strutture economiche e sociali, di valorizzazione delle risorse e dei nuovi soggetti del cambiamento.
 
4.2)   Documento politico-programmatico approvato dal Consiglio regionale nella seduta del 13 novembre 1986[10]
 
        La libera ed i diritti dei cittadini in Calabria sono gravemente minacciati. La forza della mafia, le sue tragiche scorrerie di morte e la sua potenza eversiva determinano uno stato di profonda insicurezza.
La Regione, rispetto a questa grave situazione, non può restare indifferente. Né può limitarsi ad enunciazioni di principio e   proposte vaghe.
Occorre, quindi, se si vuole riacquistare credibilità in relazione all’impegno antimafia, creare le pre-condizioni essenziali per una attività di intervento e di controllo, per incidere effettivamente nell’apparato di potere e di aggregazioni politico-affaristiche da cui la mafia trae linfa vitale.
In tal senso, vanno rigorosamente applicate norme di trasparenza ed i principi contenuti nella legge La Torre-Rognoni.
Entro tre mesi, occorre procedere:
1)             Alla traduzione in regole di comportamento della Giunta e del Consiglio delle norme contenute nel codice di comportamento, presentato nell’ultima conferenza regionale antimafia;
2)            Alla revisione di tutte le concessioni per cave e trasporto inerti, verificando la loro legittimità in rapporto alla legge antimafia;
3)           Alla revisione e verifica delle licenze e delle concessioni di trasporto,prevedendo, per il trasporto delle lavoratrici agricole e dei lavoratori, specifici requisiti di idoneità dei veicoli;
4)           Ad una azione di sensibilizzazione degli Enti locali calabresi affinché adottino ed applichino codici di comportamento ispirati a principi di correttezza e di trasparenza sopramenzionati;
5)           Ad una iniziativa nei confronti delle sezioni dei CORECO affinché venga attivato l’articolo 45 della legge regionale n.22 del 1973 che prevede le relazioni annuali sull’attività di controllo degli enti locali;
6)           Alla regolamentazione del settore degli appalti:
a.    Per istituire la prassi della preselezione delle ditte che possono essere oggetto  delle misure di prevenzione e repressioni previste dalla nuova legge antimafia;
b.    Per pubblicizzare l’estratto del bando di tutti gli appalti sui principali quotidiani e su almeno due dei quotidiani aventi particolare diffusione nella regione;
c.     Per verificare il possesso dei requisiti richiesti per le ditte vincitrici di appalto (certificati di iscrizione all’albo dei costruttori e l’eventuale inadempienza nel versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali;
d.    Per adottare norme per la rotazione degli appalti che si svolgeranno sotto forma di licitazione privata o di appalto-concorso.
D’altra parte, la Regione non può prescindere dal pretendere che lo Stato offra una giustizia dotata di strutture e personale idonei alla complessità della situazione e per la quale operino magistrati adeguati per numero e qualità, garantendo una polizia giudiziaria con grande capacità investigativa e strumenti tecnologicamente avanzati.
La Regione, in sintonia con l’esigenza di garantire il diritto dei cittadini alla giustizia, assumerà l’iniziativa da stabilire un confronto con il Governo nazionale e con i competenti ministri per affrontare ed avviare a soluzione i seguenti problemi:
-      Revisione e razionalizzazione delle circoscrizioni giudiziarie, procedendo, nell’immediato,ad una più efficace utilizzazione del personale, degli organici e delle strutture;
-      Miglioramento delle strutture carcerarie e rimozione delle cause che ostacolano la realizzazione delle nuove strutture già previste per consentire condizioni di detenzione dignitosa e facilitare il recupero sociale dei detenuti;
-      Misure per il rafforzamento ed una più razionale distribuzione dei presidi di polizia.
         
 
4.3)   Documento politico-programmatico approvato dal Consiglio regionale nella seduta del 17 dicembre 1987[11]
 
La maggioranza ritiene che la lotta contro la mafia sia un dovere ostante e prioritario dello Stato, della Regione e degli Enti Locali.
La maggioranza richiama integralmente, sul punto, quanto è contenuto nel programma della prima giunta di sinistra, sia per quanto attiene ai doveri dello Stato e dei suoi organi e strumenti centrali e periferici, di assicurare i diritti alla vita, alla sicurezza, al lavoro di tutti i cittadini, sia per quanto possono e devono fare, da parte loro, la Regione e tutte le Amministrazioni locali.
La maggioranza riafferma il valore delle risoluzioni assunte, in proposito, dal Consiglio regionale ed impegna la Giunta ad adoperarsi per la loro compiuta attuazione, in particolare, della mozione approvata il 4 febbraio 1987.
E’ decisivo, inoltre, al fine di evitare colpevolizzazioni generalizzate contro le istituzioni e la politica, che i partiti rilancino, pienamente, la loro funzione preminente di guida politica e morale e che le istituzioni, con l’impegno pieno delle forze politiche, attraverso la propria azione trasparente, concreta e quotidiana, valorizzino il loro ruolo e ricostruiscano un rapporto di fiducia con la società e con i cittadini”
 
4.4)   Documento politico-programmatico approvato dal Consiglio regionale nella seduta del 7 agosto 1989[12]
 
        La Giunta regionale è impegnata a esercitare un forte coordinamento della spesa pubblica, nell’ambito di una politica di programmazione, di trasparenza e di riforma degli enti di gestione.
        In quest’ottica complessiva,è possibile anche portare avanti, positivamente, la lotta alla mafia ed ai poteri criminali che costituiscono un grosso ostacolo per lo sviluppo dell’economia e della società calabrese.
Non è sufficiente, infatti, sull’onda emotiva della vicenda dei sequestri (e della clamorosa protesta della signora Angela Casella) limitarsi ad un intervento di carattere puramente militare e dimostrativo, se poi gli organi statali e di governo non intervengono, adeguatamente e tempestivamente, sia sul terreno del reale rafforzamento degli apparati giudiziari e di polizia, sia su quella della creazione di condizioni e di opportunità effettive di lavoro, di sviluppo economico, di crescita civile e culturale.
        Sulla base di queste considerazioni, le forze della maggioranza ritengono di caratterizzare l’ultima fase della legislatura su tre punti qualificanti:
1)             Il confronto con il Governo nazionale;
2)            La riqualificazione istituzionale e la ristrutturazione amministrativa della Regione;
3)           Il coordinamento degli interventi di spesa.
 
4) Quinta Legislatura (1990/1995)
 
5.1)    Documento politico-programmatico approvato dal Consiglio regionale nella seduta dell’11 agosto 1990[13]
 
        Per aggregare la fiducia della gente nei confronto dell’Ente regione, occorre proseguire nell’azione finalizzata a creare strumenti per rendere sempre più trasparente l’azione della Pubblica Amministrazione.
        A tal fine, per la parte di sua competenza, la Regione dovrà vigilare per ottenere la scrupolosa applicazione della legge Rognoni-La Torre e successive modifiche, allo scopo di combattere la piaga delle infiltrazioni mafiose in settori delicati della Regione.
        La trasparenza e l’equanimità della pubblica amministrazione possono recare un grosso contributo nell’opera di bonifica dei fenomeni perversi che inquinano la Calabria e che danno alla Regione un’immagine distorta, perché non è quella prodotta dalla stragrande maggioranza della popolazione che, invece, vuole vivere, operare, sperare in pace ed in serenità, secondo principi di legalità, al di fuori dei contesti che, sia pure diffusi, sono tuttavia emarginati rispetto alla società calabrese.
        Ma eguale contributo può recare lo Stato democratico con interventi che esaltino le speranze ed assicurino certezze di progresso, anche attraverso un’azione preventiva e repressiva che va anche essa rinnovata nelle sue varie articolazioni (magistratura, forze di polizia, organi vari di sicurezza;
        Il rinnovamento di tali azioni deve comportare un nuovo modo di porsi di  fronte ai gravissimi problemi esistenti e che una Regione moderna deve contribuire a rimuovere, invertendo la tendenza a delegare solo ad altri, compiti, doveri e responsabilità che sono, invece,  di ciascuno e di tutti.
Occorrono delle misure di carattere eccezionale nell’ambito di una strategia di attacco che non si limiti a contare le vittime, ma conosce i contesti per poterli fronteggiare da ogni angolo visuale con efficacia.
La Regione, per la parte di sua responsabilità, dovrà disporre di un laboratorio socio-politico che esamini questi fenomeni e che suggerisca i rimedi.
        Dovrà, poi, non attendere, passivamente, che altri risolvano i problemi che sono di tutti, ma dovrà andare a confronto con uno Stato che sia, a sua volta, consapevole e moderno per concorrere a determinare situazioni nuove anche nel delicato settore dell’ordine e della sicurezza, dove bisognerà introdurre una cultura diversa che riconosca vizi e virtù, che respinga l’affermarsi di una giustizia che, in una società democratica, non deve essere mai sommaria, che rifiuti processi di criminalizzazione indiscriminati, che comporti capacità progettuali ed il reale e consapevole coinvolgimento con una strategie i salvaguardia dei valori della società civile.
       
5.2)   Documento politico-programmatico approvato dal Consiglio regionale nella seduta 2 febbraio 1992[14]
 
        Il gravissimo stato di crisi economico e sociale, reso ancora più drammatico dalla recrudescenza dei fenomeni di criminalità organizzata, impone l’apertura di una nuova fase nella società, nelle istituzioni e nei partiti che devono ritrovare, sulla base delle rispettive impostazioni e del proprio patrimonio ideale, il loro ruolo originario,      in maniera da costituire un riferimento adeguato per i cittadini.
Si avverte, soprattutto, la necessità di garantire, con comportamenti coerenti, la moralizzazione della vita pubblica che è la base di un forte e concreto impegno contro la mafia e che deve, pertanto, tradursi nel governo delle regole, nel quadro delle norme dello Stato di diritto.
La questione democratica e della lotta alla mafia costituisce l’emergenza  fondamentale della Calabria.
Essa da una parte, riguarda i problemi della sicurezza e della libertà dei cittadini, gli aspetti essenziali di una moderna civiltà e, dall’altra, investe i problemi del lavoro e dello sviluppo, della libertà d’impresa, di una spesa pubblica trasparente, efficiente ed efficace, di un profondo rinnovamento del rapporto tra società, politica e istituzioni.
E’ necessario, quindi, introdurre regole oggettive e rigorose per diminuire la discrezionalità nelle scelte nell’erogazione delle risorse e nella selezione della classe di governo e nuove regole per il processo di autoriforma regionale e la valorizzazione del sistema delle autonomie.
 
       
5.3)   Documento politico-programmatico approvato dal Consiglio regionale nella seduta del 7 luglio 1993[15]
 
        La delegittimazione delle istituzioni provoca, come è noto, vuoti di potere che favoriscono l’infiltrarsi e la penetrazione di poteri illegali che impediscono la riconquista della fiducia della gente.
        In tal senso, non basta assumere una visione realistica degli istituti di partecipazione popolare, ma bisogna indicare nuovi e più efficaci strumenti di lotta al malaffare ed alla mafia.
        Ciò è possibile se le forze politiche vengono ricondotte al ruolo costituzionalmente loro assegnato.
        Precisi e non isolati episodi di corruttela indignano la gente e ricurvano le istituzioni pubbliche e private.
        Vanno ricostituite, allora, le condizioni che consentono alle istituzioni elettive di tornare a svolgere ed assolvere, pienamente, al loro ruolo di rappresentanza politica per la cura degli interessi generali.
        Altrimenti, non si calmerà il vuoto di potere legale che, nel tempo, aiuta i sempre nuovi mesi di pervasività della criminalità organizzata.
        La mafia va decisamente e duramente combattuta, ridefinendo un vero e proprio sistema di rapporti istituzionali tra:
-      Lo Stato che deve assicurare la sua presenza sul territorio, la qualità dei suoi interventi, l’efficacia dei suoi strumenti, al fine di garantire, non solo l’ordine pubblico, ma  anche le condizioni per avviare, nel concreto, una fase di vero sviluppo della Regione;
-      La Regione che deve incidere, profondamente, sulle procedure e sui meccanismi di spesa, con particolare riferimento agli appalti pubblici. Non basta, infatti, reclamare trasparenza, o intenderla come correttezza amministrativa, ma deve  essere intesa come scelta non soggetta ad ogni forma di pressione per garantire il perseguimento del bene comune;
-      le componenti istituzionali e sociali che devono essere coinvolte nella tutela della sicurezza dei cittadini, superando i limiti della sola risposta repressiva ed operando, attivamente, sul fronte della prevenzione e della devianza, favorendo, soprattutto, le iniziative che danno vita ad una società civile calabrese che cancelli il gap economico e la necrosi delle istituzioni.
E’ in questo quadro che a valutata e assunta la portata delle norme legislative e dei codici di comportamento delle forze politiche, il loro rispetto all’interno dei partiti e delle istituzioni, la separazione del giudizio politico da quello morale.
Non si tratta, infatti, di assicurare una facciata esteriore ed insignificante alle forme organizzative o all’azione politica, ma di interpretare, nel senso del servizio, la nuova forte domanda di moralità e legalità che esprimono le popolazioni, tesaurizzando, al massimo, l’insegnamento ed il servizio positivo e generoso, ampiamente prodotto dalla Chiesa calabrese.
L’impegno è di realizzare, pertanto, quanto segue:
·        adesione e sostegno a tutte le iniziative predisposte al riguardo dallo Stato, da organismi pubblici, culturali e sociali, previo confronto con tutte le Autorità ed Organismi statali di livello nazionale e locale, al fine di definire, concordemente, le scelte più opportune ed urgenti volte ad assicurare una più adeguata presenza della pubblica amministrazione sul territorio regionale, l’efficacia dei suoi strumenti, la qualità dei suoi interventi;
·        costituzione del Segretariato regionale per la lotta alla criminalità organizzata, secondo il progetto giacente presso il Consiglio regionale;
·        applicazione rigorosa delle norme legislative e dei codici di comportamento, non solo per la nomina di amministratori, ma per tutte le designazioni ed elezioni di rappresentanti regionali, garantendo  capacità, professionalità e  libertà da ogni condizionamento;
·        approvazione delle leggi sulla trasparenza e di quelle nascenti dalla legge n. 241/90, secondo gli indirizzi già delineati;
·        rotazione del personale nella responsabilità di direzione dei vari settori e servizi;
·        nuova legge sugli appalti;
·        superamento di tutte le gestioni commissariali negli Enti e negli Organismi di prevalente gestione regionale e costituzione degli organi gestionali dell’ESAC, AFOR, ecc. , che vanno snelliti al massimo, preferendo la figura dell’amministratore unico;
·        attuazione più puntuale della recente legge regionale sulle nomine, opportunamente adeguata alla normativa nazionale e, limitando al Consiglio regionale la scelta dei soli rappresentanti di alta valenza politico-istituzionale;
·        definizione delle procedure per l’urgente realizzazione della sede della Giunta regionale, per rendere più efficiente ed organizzato i lavori degli Uffici che acquisiscono, così, finalmente, un unico luogo di riferimento, di operatività, di confronto e di controllo da parte di tutti.
 
5.4)   Documento politico-programmatico approvato dal Consiglio regionale nella seduta del 10 agosto 1994[16]
 
        La lotta alla mafia ed all’illegalità resta centrale per questa maggioranza e per l’Esecutivo da essa espresso.
        Sarà puntuale il rispetto delle norme e dei codici di regolamentazione per ogni scelta amministrativa, qualsiasi sia il campo di azione in cui dispiega i suoi effetti.
        Risulta, tuttavia, necessario procedere ad una verifica della stato di attuazione della legge sulla trasparenza degli appalti e, soprattutto, di quella sulle nomine che si è rivelata di difficile applicazione, anche al fine di accelerare la spesa e procedere al rinnovo delle rappresentanze regionali negli Enti.
        Ci si propone, altresì, di dare adeguato sostegno a tutte le iniziative dello Stato, delle forze sociali e dei cittadini che puntino:
-      all’affermarsi di una cultura della non violenza, della solidarietà e dell’antimafia tra la popolazione e, soprattutto, tra i giovani;
-      al ripristino della legalità e della trasparenza nella gestione delle istituzioni e degli enti pubblici.
Inoltre, la Regione si costituirà parte civile nei procedimenti giudiziari nei quali si configura un danno al proprio patrimonio ed alla propria immagine, mentre sarà promossa la rapida approvazione di una legge per il sostegno delle associazioni antiracket.
 
 
4)           Sesta Legislatura (1995/2000)
 
5.1)    Programma di Governo del 14 giugno 1995[17]
 
        Per contrastare il dilagare, in maniera diffusa e pesante, della criminalità organizzata, la Giunta metterà in atto tutta una serie di iniziative, nella piena convinzione che il fenomeno, oltre a determinare uno stato di profonda insicurezza, limitando e soffocando la libertà ed i diritti dei cittadini calabresi, sia di ingombrante ostacolo per lo sviluppo dell’economia e della società calabrese.
 
6.2)   Programma di Governo del 9 settembre 1997[18]
 
        “La questione della criminalità organizzata che resta il fattore più grave per la nostra Regione, in quanto strettamente connessa al degrado economico, deve essere affrontata con decisione e da tutti perché non possono esserci divisioni e steccati ideologici di fronte a problemi così gravi
        In Calabria, il livello dello scontro su cui il potere criminale si attesta, dà la giusta dimensione della posta in gioco.
        La forza della mafia, i suoi intrecci perversi, le infiltrazioni inquinanti nei diversi ambienti, determinano uno stato di profonda insicurezza, limitando e soffocando la libertà dei cittadini calabresi e di quanti intendono operare nella nostra Regione.
        Solo una chiara stagione di risveglio civile che attraversi le istituzioni pubbliche nel loro complesso e la società calabrese, potrà produrre risultati apprezzabili.
        Il nuovo governo regionale si impegna ad affrontare in modo organico ed incisivo, il problema della criminalità organizzata, anche tramite la costituzione della regione come parte civile, in tutti i processi di mafia, assumendo idonee e congrue iniziative finalizzate a sottrarre linfa vitale alle organizzazioni criminali, intervenendo, inoltre, a tutela delle vittime del fenomeno mafioso.
        La nostra Regione si impegnerà, inoltre, a porre in atto, nei limiti delle proprie competenze, idonee misure atte a ridurre il fenomeno dell’usura che costituisce causa ed effetto di processi involutivi dell’economia e della società calabrese, assumendo, altresì, significative iniziative contro il racket, con interventi concreti, anche di tipo preventivo, a favore delle vittime del sistema mafioso.
        Il governo della regione continuerà nella richiesta di costante attenzione, da parte degli organi centrali, finalizzata al reale rafforzamento degli organi giudiziari e degli apparati di polizia e mettere in atto tutte le iniziative possibili per la moralizzazione dell’attività pubblica, per la creazione di opportunità effettive di lavoro, per la realizzazione di condizioni di sviluppo economico, di crescita civile e culturale.
        L’espansione della criminalità organizzata, che sta corrodendo il tessuto sociale democratico della regione, non può essere vista in modo avulso dal contesto globale della società, essendo essa stessa diventata un fenomeno economico, “culturale” e di potere.
        Affonda, difatti, le sue radici in una situazione di profondo malessere, di emarginazione e di sottosviluppo, trova condizioni favorevoli nei meccanismi di erogazione dell’intervento pubblico e dei relativi flussi di spesa, oltre che nell’inserimento negli appalti delle diverse opere, per cui vanno individuati strumenti ed organismi specifici, al fine di porre in essere controlli e verifiche successive, in ordine alla destinazione dei flussi di spesa medesimi.
         La reazione s’impone, e la Regione la guiderà dando vita, innanzitutto, ad un osservatorio permanente del fenomeno che consenta di mettere sotto controllo le attività criminose in forma organizzata ed incentivando ogni possibile forma di cooperazione degli Enti Locali (anche attraverso l’utilizzazione mirata delle polizie urbane) con le Autorità statali, ai fini della promozione del lavoro di prevenzione, sostenendo anche l’istituzione dei vigili di quartiere, quale punto di riferimento di presenza delle istituzioni.
        Il nuovo governo regionale individua nella creazione di un’apposita Commissione consiliare lo strumento idoneo per l’individuazione, lo studio e l’approfondimento dei mezzi d’intervento; ed assieme a ciò, la promozione dei momenti culturali, con l’avvio di una campagna di educazione alla legalità, da proporre a tutte le scuole di ogni ordine e grado, di seminari e dibattiti per esaminare le ragioni del disagio che stanno alla base del pericolosissimo fenomeno del reclutamento delle giovani leve”.
 
6.3)   Programma di Governo del 10 agosto 1998[19]
 
        Nessun riferimento specifico alla lotta contro la criminalità organizzata.
 
6.4)   Programma di Governo del 22 gennaio 1999[20]
 
        Impegno sul terreno dell’affermazione piena della legalità e di una lotta strenua e senza quartiere alla mafia e alle attività ed agli interessi dei poteri occulti.
 
 
7)           Settima legislatura (2000/2005)
 
Programma di Governo del 18 maggio 2000[21]
 
Lo sviluppo economico e civile della Calabria è l’altra grande indicazione nel cui segno muoverà l’azione della Giunta, preoccupata di affrontare, non superficialmente ma, comunque, con la rapidità che la gravità della situazione impone, le grandi emergenze della disoccupazione e della sicurezza dei cittadini, a fronte dei marcati fenomeni di illegalità diffusa e di criminalità emergente.
        Si tratta di fenomeni, forse meno scollegati di quanto non appaia a prima vista, che vanno, perciò, affrontati  unitariamente, con un sforzo veramente poderoso che impegnerà certamente istituzioni e società per tutto il prossimo quinquennio e rappresentano la vera sfida lanciata alla nostra comunità nell’insieme di tutte le sue componenti, istituzionali, civili, culturali, professionali.
 
8)           Ottava legislatura  (2005/2010)
 
Programma di Governo del 2 maggio 2005[22]
 
       
“La Calabria ha bisogno di legalità.
La nostra regione non ha futuro senza un deciso incremento dei livelli di legalità, di legittimazione diffusa delle norme, di riconoscimento pieno dei diritti di proprietà, dei diritti alla vita.
La legalità non è solo un valore, è la precondizione  perché possa farsi una vita in comune.
Per la Calabria legalità significa, anzitutto, contrasto chiaro, aperto e incessante alla criminalità organizzata, creando regole e meccanismi amministrativi in grado di impedire ogni incidenza mafiosa nell'assegnazione degli appalti e nell'erogazione dei flussi finanziari pubblici.
Ma legalità significa anche contrastare, in modo severo, tutti i comportamenti di disattenzione nei confronti delle norme, grandi e piccole che regolano la convivenza civile, nonché gli atteggiamenti di tolleranza o di accettazione passiva dei soprusi quotidiani che finiscono per produrre, alla lunga, effetti sociali perversi, assuefazione erassegnazione.
L'affermazione e la diffusione della legalità nel corpo della società regionale presuppone, però, azioni politiche e prassi di governo coerenti con il riconoscimento pieno delle istituzioni democratiche, come soggetti garanti dei diritti di ciascuno e di tutti.
Ciò significa investimenti massicci volti al potenziamento, al coordinamento e all'innovazione strategica degli apparati pubblici di contrasto alle organizzazioni criminali, ma anche investimenti importanti nel campo della scuola e della formazione, delle istituzioni culturali, dei presìdi civili e dell'associazionismo.
L'impegno per la legalità e la sicurezza sociale è una leva decisiva per ridare speranza ai calabresi, per accrescere l'attrattività della nostra regione, per dare futuro alle ragazze e ai ragazzi che vogliono costruire la loro vita in Calabria.
 
9)           Nona legislatura  (2010/2014)
 
Programma di Governo del 18 maggio 2010[23]
 
 
“Per raggiungere gli obiettivi prefissati, è necessario operare anche sul fronte della lotta alla ‘ndrangheta che costituisce un vincolo alla libera espressione dell’imprenditorialità.
Dobbiamo combatterla in tutte le sue forme ed in tutte le sue molteplici connotazioni, disboscando quella borghesia mafiosa che si annida e prolifera, grazie a connivenze e comportamenti omertosi.
La lotta alla ‘ndrangheta  deve essere percepita da tutti noi come un dovere civico da esercitare in tutte le forme consentite dalla legge, per proteggere la nostra società dall’aggressione della criminalità, che limita la nostra libertà di cittadini.
Sosterremo, concretamente, secondo un percorso concertato con le istituzioni democratiche, tutti coloro che si ribelleranno alle estorsioni, al pizzo ed alle minacce e ne denunzieranno i loro aguzzini.
La giustizia ed il rispetto della legalità costituiscono per la Regione obiettivi da perseguire e da assicurare, quotidianamente, nello svolgere della sua azione politico-amministrativa.
Saremo intransigenti con chi sbaglia e proporremo con il concorso e l’apporto di tutte le forze politiche, rappresentate in questo Consiglio Regionale, una normativa che regolamenti in maniera più stringente il conferimento degli incarichi negli enti”.
 
 
10)          Decima legislatura  (2014/2019)
 
Dichiarazioni programmatiche del 9 febbraio 2015[24]
 
La promozione di una cultura della legalità deve cessare di essere una mera enunciazione retorica da affidare alla ritualità della convegnistica e diventare, invece, la risultante di comportamenti coerenti e continui.
La Regione che vogliamo costruire si opporrà alle mafie, alla ‘ndrangheta e alla cultura mafiosa in tutte le sue forme.
La Regione che vogliamo costruire opererà per la legalità, ad ogni livello e con ogni strumento.
La Regione che vogliamo costruire dovrà essere trasparente.
Dovrà essere veloce e dare certezze ai cittadini: ogni provvedimento dovrà essere concluso nei tempi annunciati e dovrà poter essere monitorato in ogni sua fase amministrativa.
Tutte le imprese, le associazioni o semplici cittadini che avranno a che fare con la Regione dovranno sapere in anticipo entro quanto tempo e con quali procedure le loro domande troveranno una risposta.
Per fare questo promuoveremo una profonda riforma dell’apparato burocratico della Regione secondo principi di semplificazione e di responsabilizzazione degli uffici.
La Stazione Unica Appaltante sarà potenziata e dotata del personale necessario a svolgere con efficacia ed efficienza la propria azione a garanzia della trasparenza degli appalti e dei contratti”.
 
 
Conclusioni
 
Nel concludere questo Focus, abbiamo ritenuto opportuno riportare alcuni stralci del Programma Operativo Nazionale (PON) “Sicurezza 2007/2013” e la sintesi delle questioni discusse nel “Tavolo Istituzionale Calabria (istituito ad hoc durante l’ultima Presidenza Prodi) che hanno messo in evidenza, con enorme chiarezza, quali sono le reali problematiche del fenomeno mafioso calabrese ed i possibili percorsi per avviare un processo di risanamento delle aree coperte dal malaffare e dall’illecito arricchimento:
 “In Calabria le condizioni di legalità appaiono particolarmente critiche, anche se gli indicatori statistici “ufficiali” spesso non riescono a cogliere la gravità degli illeciti e dei fenomeni di illegalità che interessano la Regione.
La Calabria, per la diffusa presenza di organizzazioni criminali, costituisce uno dei principali nodi strategici europei per l’importazione e l’esportazione di stupefacenti, provenienti dal Sud America e dal Medio Oriente, che le cosche smerciano sia in loco che sull’intero territorio nazionale.
I rilevanti guadagni, da parte della ‘ndrangheta, sono utilizzati per effettuare operazioni di riciclaggio nei mercati mobiliari ed immobiliari.
Armi, droga, immigrazione clandestina, smaltimento dei rifiuti solidi urbani e speciali, estorsioni, poca trasparenza negli atti della pubblica amministrazione, infiltrazione nel sistema degli appalti pubblici, difficoltà di accesso al credito da parte delle piccole imprese e disoccupazione  sono “strumenti”  e condizioni favorevoli che permettono alla ‘ndrangheta” di lavorare e di rafforzare il proprio potere per il controllo del territorio.
La criminalità calabrese ha delle peculiarità che bisogna conoscere per meglio combatterla:
-    è la più internazionalizzata con centrali che fanno, comunque, riferimento alla terra d’origine;
-    è la meno visibile perché la sua azione criminosa è rivolta, prevalentemente, al traffico internazionale delle sostanze stupefacenti, alle estorsioni ed al riciclaggio del denaro sporco;
-           ha una grande capacità di adeguarsi ai cambiamenti della realtà;
-            ha un forte e ramificato sistema di infiltrazione illegale negli appalti, realizzato anche attraverso l’inquinamento delle relazioni politico-amministrative, a livello locale.
E’ indubbio che la presenza della criminalità organizzata in Calabria costituisce un freno allo sviluppo economico e sociale, nonchè un deterrente per il consolidamento del tessuto produttivo regionale.
Ci troviamo, dunque, di fronte ad una regione potenzialmente attrattiva, ma disincentivata anche dai fenomeni delinquenziali.
La mafia si nutre (e prospera) dei grandi mali che affliggono il sistema socio-economico regionale: disoccupazione, debole struttura produttiva regionale, debolezza dei sindacati, ignoranza della popolazione sui processi di crescita, isolamento di alcune zone e territori,  scarsa cultura politica nell’amministrazione pubblica, parte della burocrazia corrotta, inefficienza del sistema di prevenzione, non rispetto delle regole di una parte dei cittadini,  mancanza di trasparenza nell’erogazione dei contributi alle imprese, scarsa presenza delle istituzioni in alcuni settori sensibili della vita sociale.
In un territorio in cui la criminalità è forte  e padrone del campo, vige il sistema delle “non regole” o, meglio,  solo quello delle “regole criminali”[25].
I “vantaggi competitivi” di queste organizzazioni sono  da ricercare nelle ingenti risorse finanziarie a disposizione, nel non rispetto delle regole di mercato, negli atti violenti per scoraggiare o eliminare la concorrenza e nell’assoluta assenza del rischio d’impresa.
Le cause di questa situazione sono molteplici;  basti pensare, ad esempio, alla scarsa presenza delle istituzioni che non dà sicurezza ai cittadini e limita la libertà economica del sistema delle imprese, alla mancanza di un’adeguata diffusione della cultura della legalità, alla lentezza della burocrazia che molte volte scoraggia le imprese nel rilascio delle autorizzazioni amministrative, agli accordi tra le cosche e le grandi società appaltatrici nazionali che trovano più “convenienti” e più “sicure” le “condizioni offerte” dalla ‘ndrangheta’, all'intreccio, tra criminalità, politica ed istituzioni (molti comuni sciolti per infiltrazioni mafiose), alla maggiore facilità per la ‘ndrangheta di percepire, indebitamente, i contributi pubblici, a scapito della collettività; una collettività tanto più ricattabile e “piegabile” quanto più povera, disorganizzata e poco solidale.
Gli effetti dell’attività predatoria da parte delle organizzazioni criminali sono, quindi, quelli di un’economia illegale che sottrae risorse pubbliche al territorio, ostacola il radicamento di imprese locali e disaffeziona eventuali investimenti provenienti dall’estero che non ritengono conveniente collocarsi in aree dove, al di là delle agevolazioni fiscali e contributive, non esiste la garanzia di una libera concorrenza ed il rischio di impresa si presenta estremamente elevato.
Purtroppo, la ‘ndrangheta, oggi, ha messo le mani anche sui nuovi business internazionali, come l’immigrazione, i rifiuti e l’energia e questo rende ancora più complessa l’attività di contrasto al potere criminale.
Alla luce di tutto ciò, si pone il problema di come invertire questa situazione perversa, affinché la società ed ogni singolo cittadino possano reagire alla mafia e rigettare la cattiva politica.
Ovviamente, combattere la mafia non può significare solo presenza dello Stato, in termini di forze dell’ordine, ma capacità di costruire un progetto politico e sociale di lungo respiro in cui la società civile cresca con la consapevolezza che la criminalità, se può rendere dei  particolari favori” a dei singoli cittadini, non potrà mai sostituirsi alla legalità e alla democrazia di uno Stato sociale.
Questo significa che occorre stimolare e dare sempre più fiducia alla società civile affinché si ribelli e denunci i soprusi perpetrati ai cittadini ed alle imprese, creando, sempre più, una cultura di rete, attraverso un impegno forte non solo da parte delle istituzioni, ma di tutte le associazioni di categoria toccate dall’attività criminale, nella consapevolezza che trattasi di un processo lento, paziente e continuo proiettato nel medio e nel lungo periodo.
Solo, infatti, dando a ciascun cittadino la sicurezza e la certezza che le istituzioni sono presenti e pronte a garantire il rispetto della legalità e dei diritti civili e sociali di ogni persona, sarà possibile l’avvio di quella  “rivoluzione morale”, necessaria per avviare un processo strutturale di “bonifica” e di “risanamento” della regione dall’inquinamento mafioso.
Questo sarà possibile, naturalmente, solo in presenza di determinate azioni di contesto in cui inserire interventi specifici quali:
-         la costituzione di parte civile dei livelli istituzionali pertinenti, in tutti i processi per mafia;
-         l’attivazione di ulteriori campagne di educazione alla legalità, da proporre a tutte le scuole di ogni ordine e grado;
-         un ruolo forte e incisivo della Scuola, coadiuvata dalle istituzioni democratiche, per percorsi formativi in grado di iscrivere nelle coscienze dei giovani, il rispetto delle regole democratiche verso loro stessi e verso gli altri componenti e strutture della società;
-         un più severo monitoraggio sulle procedure di assegnazioni degli appalti nelle opere pubbliche e nei meccanismi di erogazione dell’intervento pubblico e dei relativi  flussi di spesa;
-         maggiori e più efficienti controlli di 1° e 2° livello sull’utilizzo delle risorse pubbliche, con particolare riferimento ai programmi cofinanziati con le risorse comunitarie (in particolare, quelle provenienti dalla programmazione comunitaria 2014/2020);
-         maggiori controlli nella Pubblica Amministrazione per eliminare i fenomeni di collusione con la mafia;
-         assoluta trasparenza degli atti pubblici ed accelerazione delle procedure nell’attività amministrativa;
-         maggiore sostegno, da parte degli Enti Locali, alle vittime delle estorsioni con strumenti agevolativi, sistemi di sicurezza e promozione della cultura delle politiche antiracket;
-         creazione di un unico “accordo tripartito” Stato-Regione-Enti Locali a sostegno dell’azione di recupero della legalità sul territorio, attraverso l’utilizzo congiunto di tutti gli strumenti normativi e finanziari disponibili;
-         attivazione di accordi di cooperazione con le banche per evitare che la criminalità organizzata si sostituisca al “sistema del credito”, attraverso lo strumento dell’usura;
-         costituzione di un osservatorio permanente per il monitoraggio delle attività criminose ;
-         accelerazione delle procedure per un più sano e produttivo utilizzo dei beni confiscati alla mafia (su circa 1.200 beni confiscati, solo poco più di 700 sono stati destinati e consegnati)[26];
-          approvazione di una legge regionale sull’informazione locale ed il potenziamento e sviluppo dell’attività d’informazione radiotelevisiva su scala regionale, nazionale e,  ove necessario, internazionale”, sulla lotta contro l’attività criminosa;
-         piena attuazione delle leggi regionali già approvate dal Consiglio regionale della Calabria per la lotta contro la criminalità organizzata (Consulta Antimafia, Stazione Unica Appaltante, Sistemi Integrati di Sicurezza).
Un’altra questione da non sottovalutare riguarda la difficile amministrazione delle giustizia in Calabria  che deve essere considerata  una concausa  dell’immobilismo regionale rispetto alla sua crescita economica, sociale e culturale.
Ci riferiamo, in particolare, al lavoro dei  magistrati con ruoli carichi fino ai prossimi 10 anni, personale amministrativo ridotto all'osso, reati gravi depenalizzati, durata eccessiva dei processi penali, così come quella delle cause civili (si sono registrate a Catanzaro cause pendenti da oltre 30 anni), interessi individuali e collettivi dei cittadini non adeguatamente tutelati.
I cittadini hanno bisogno di sentirsi più sicuri e più protetti, anche attraverso figure quali quelle del Difensore civico regionale(ancora non operativo, sebbene sia previsto dallo Statuto regionale), pressoché sconosciute alla massa.
Le Istituzioni  devono fare propria e prioritaria l’esigenza dei cittadini di sentire più vicine le Istituzioni, sia nella lotta contro la criminalità, sia in una maggiore diffusione di quel senso di legalità che aiuterebbe tutta la società calabrese a crescere ed organizzarsi meglio .
Non bastano i proclami, occorrono dei “programmi/progetti” di medio e di lungo periodo, all’interno dei quali sia le azioni dello Stato che quelle della Regione  siano collegate funzionalmente, nel tempo e nello spazio, monitorate, in modo continuo e permanente, con grande rigore morale e senza cedere ai ricatti dei voti e delle clientele.
In conclusione, dare sicurezza ai cittadini ed alle imprese, diffondere la cultura della legalità, rendere più trasparente, rapida ed efficiente la Pubblica Amministrazione sono le migliori condizioni sociali ed i pilastri per uno sviluppo economico e produttivo della regione, derivato sia dalla crescita di nuove imprese locali, sia da investimenti esteri ed extraregionali che troverebbero una giusta convenienza ad insediarsi e permanere su un territorio sicuro e competitivo.
Per quanto ci riguarda, siamo fermamente convinti che sottosviluppo, degrado sociale ed economico, povertà, disoccupazione e lavoro nero sono i grandi ricettacoli  nei quali la mafia si insedia con grande facilità, ingrassa e rafforza il suo potere.
In Calabria, la situazione è ancora più preoccupante se si considerano sia l’altissimo livello di disoccupazione (che, secondo i dati Istat, ha superato, nel primo trimestre 2014, la soglia del 23% fino a raggiungere punte di oltre il 61% per quella giovanile), sia il tasso di irregolarità del lavoro che ha ormai superato la soglia  del 30%, il più alto tra tutte le regioni italiane[27].
Le cause di questo degrado sono fin troppo note.
Basta analizzare, infatti, il tessuto produttivo regionale per rendersi conto che la sua debolezza è da ricercare nella scarsissima presenza del settore industriale nella produzione della ricchezza regionale e nella grande instabilità e discontinuità degli altri settori quali l’agricoltura, le costruzioni, la distribuzione commerciale, la ristorazione ed i servizi alla famiglia.
Se a ciò si aggiunge l’inefficienza della pubblica amministrazione, molta parte della burocrazia, figlia del clientelismo e del voto di scambio,  non è difficile immaginare l’istituzionalizzazione di una collusione tra criminalità organizzata, istituzioni e ceti produttivi deboli dalla quale scaturiscono violenza e sfruttamento, attraverso l’irregolarità, reperimento di “materiale umano” a basso costo e, quindi, disgregazione sociale ed economica di un territorio.[28]
Ieri, la mafia era ignorante e benestante, oggi essa è più istruita, straricca e potente.
Gran parte di responsabilità di questo stato di cose, è da ricercare anche in quell’antimafia di facciata, priva di collegamento con la vera  antimafia, quella sociale che, purtroppo, non riuscendo a fare rete per la debolezza di una società civile poco organizzata, è costretta a subire la prima che, attraverso convegni, conferenze e presentazione di libri,  si lava la coscienza, pur sapendo di fare, alla fine, il gioco della mafia stessa.
        A che serve,quindi,, ad esempio, confiscare e sequestrare circa 2.000 beni alle organizzazioni criminali, in un solo anno (2012), in Calabria, quando il processo per arrivare al riuso di questi beni è lentissimo, pur in presenza dell’ “Agenzia dei beni confiscati”, oggi organismo privo di  potere reale e, pertanto, inefficiente, oltre che inefficace, per poter raggiungere gli obiettivi prefissati?
        Questo immobilismo, provoca una gravissima conseguenza: il fallimento delle aziende requisite, prima di arrivare alla destinazione finale post confisca ed il mancato avvio di una nuova attività produttiva provocano una perdita di posti di lavoro,  facendo passare l’infelice messaggio che le aziende controllate dalla criminalità, “se non altro”, danno lavoro.
        Naturalmente, tutto questo stato di cose, come già più volte sottolineato, è figlio di una sottocultura, in particolare meridionale, che ha storicizzato e cronicizzato la tendenza di buona parte  dei cittadini, a sentirsi distanti da uno Stato che  continua a rivelarsi incapace di difendere, in modo adeguato e democratico, le loro prerogative istituzionali e costituzionali ed i loro diritti naturali.
Non a caso, gli attrattori della mafia sono da ricercare, specificamente, nel gap di credibilità tra Stato e cittadini, nella debolezza dell’economia d’area, caratterizzata, prevalentemente, da microimprese vulnerabili a qualsiasi attacco criminale, nella disoccupazione, nella povertà, nel disordine e nel degrado sociale. Una filiera perversa, nella quale, oltre alla mancante sovranità territoriale dello Stato,  gioca un ruolo fondamentale tutta una serie di altre  variabili  negative, quali la pesante fiscalità ed il credito erogato con il contagocce ai cittadini onesti, le sanzioni poco pesanti per chi evade il fisco ed opera  nel mercato del lavoro nero, la corruzione, le tangenti, l’avidità delle clientele politiche e affaristiche, la poca propensione da parte della società locale di denunciare l’arroganza, la prepotenza, la crudeltà della criminalità organizzata e della “mafia imprenditrice” che, attraverso pizzi, usura, tangenti, appalti, estorsioni, armi, droga, denaro e gestione dei flussi migratori, continuano a seminare morte e distruzione, facendo cadere ogni speranza di giustizia ed ogni civile convivenza[29].
“In Calabria, ormai, la mafia è parte integrante ed integrata del sistema istituzionale, sociale ed economico, e l’anarchia vi gode un largo consenso”.
“Se la regione viene abbandonata a se stessa, diventerà una piaga ingovernabile un vivaio di delinquenza e di corruzione, ma se si continua ad aiutarla senza controlli affidando la spesa pubblica ad affaristi senza scrupoli ed a politici complici della mafia, la gente del sud anche gli onesti, si convinceranno della certezza che questo è il solo “modello di sviluppo” praticabile[30]”.
Così, c’è chi va via, c’è chi rinuncia a qualsiasi impegno politico e sociale e chi riesce a resistere, rassegnandosi o accettando passivamente, le perversione di questo sistema malato.
La gente ha paura, subisce il degrado, perché vive in isolamento  e non riesce ad organizzarsi, mentre la mafia non è un corpo unitario che vive al centro e comanda, ma un insieme di postazioni distribuite sul territorio, dove si può esercitare una grande pressione sui micro sistemi locali, attraverso il controllo delle modeste filiere produttive e la connivenza con  una parte della classe politica che, legittimata dal voto degli elettori, grazie alla pressione del potere mafioso, è pronta a tutelare anche gli interessi della criminalità organizzata[31].
Questa zona grigia tra “legalità” e malaffare, permette ad una certa classe dirigente di cogliere a pieno,  direttamente o indirettamente,  tutte le opportunità derivanti dallo sfruttamento illecito delle  risorse pubbliche.
Al di fuori di questi segmenti sociali, rimane, purtroppo, solo un gruppo di persone troppo esiguo per poter creare una rete unitaria in grado di affrontare e scardinare il potere criminale che, di per sé, è, tra l’altro, molto ben strutturato ed organizzato.
Le conseguenze di questo stato di cose provocano un impoverimento generalizzato del sistema regionale, sia a livello economico che sociale e culturale, che  disaffeziona i potenziali investitori ad installarsi in Calabria.
I dati statistici più aggiornati ci presentano, infatti,  una regione sempre più povera, con un sistema istituzionale sempre più debole,  una criminalità sempre più potente ed arrogante  ed un assistenzialismo sempre più dilagante.
 
 
 
 
 
 


[1] I dati non sono comparabili, ma servono per rendersi conto della dimensione del problema.
[2] La Giunta regionale di centro-sinistra, con l’appoggio esterno del PCI, venne presieduta dal democristiano  Pasquale Perugini.
[3] La Giunta regionale di centro-sinistra, con l’appoggio esterno del PCI, venne presieduta dal democristiano  Aldo Ferrara.
[4] La Giunta regionale di centro-sinistra, con l’appoggio esterno del PCI, venne presieduta dal democristiano  Aldo Ferrara.
[5] La Giunta regionale di centro-sinistra venne presieduta dal democristiano  Aldo Ferrara.
[6] La Giunta regionale di centro-sinistra venne presieduta dal socialista Bruno Domnijanni.
[7] La Giunta regionale di centro-sinistra, venne presieduta dal socialista Bruno Dominijanni.
[8] La Giunta regionale di centro-sinistra, venne presieduta dal socialista Bruno Dominijanni.
[9] La Giunta regionale di centro-sinistra venne presieduta dal socialista Francesco Principe.
[10] La Giunta regionale di sinistra  venne presieduta dal socialista Francesco Principe.
[11] La Giunta regionale di sinistra venne presieduta dal socialista Rosario Olivo.
[12] La Giunta regionale di sinistra  venne presieduta dal socialista Rosario Olivo.
[13] La Giunta regionale di centro-sinistra, fu presieduta dal socialista Rosario Olivo.
[14] La Giunta regionale di centro-sinistra fu presieduta dal democristiano Guido Rhodio.
[15] La Giunta regionale di centro-sinistra  fu presieduta dal democristiano Guido Rhodio.
[16] La Giunta regionale di centro-sinistra, venne presieduta dal democristiano Donato Veraldi.
[17] La Giunta regionale di centro-destra, fu presieduta da Giuseppe Nisticò (Polo delle Libertà).
[18] La Giunta regionale di centro-destra, fu presieduta da Giuseppe Nisticò (Polo delle Libertà).
[19] La Giunta regionale di centro-destra fu presieduta da Gianbattista Caligiuri (Polo delle Libertà).
[20] La Giunta regionale, detta del “ribaltone”,  fue presieduta da Luigi Meduri (Partito Popolare Italiano).
[21] La Giunta regionale fu presieduta dal Governatore Giuseppe Scopelliti (della coalizione di destra “Forza Italia per la Calabria”).
[22] La Giunta regionale fu presieduta dal Governatore Agazio Loiero (della coalizione di sinistra “L’Unione”).
[23] La Giunta regionale fu presieduta dal Governatore Giuseppe Scopelliti (della coalizione di destra “Polo delle Libertà”).
[24] La Giunta regionale è presieduta dal Governatore Mario Gerardo Oliverio  (Partito Democratico e liste provinciale collegate)
[25]La delinquenza calabrese ha forti legami anche oltreoceano. Ma la 'ndrangheta ha assunto notorietà soprattutto con i sequestri di persona, una vera e propria industria: tra tutti i 620 sequestri del ventennio 1969-89, circa 200 sono da attribuire, infatti, alla ‘ndrangheta  (di cui 114 effettuati in Calabria). A fronte di questi sequestri, sarebbero stati pagati oltre 400 miliardi di riscatti. Gli anni ottanta e i primi anni novanta hanno rappresentato per la Calabria una vera e propria mattanza, con oltre cento omicidi l’anno.
 
[26] Il Consiglio dei Ministri,  nella sua seduta a Reggio Calabria, nel mese di gennaio 2010, ha deciso l'istituzione dell’Agenzia nazionale per la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata  e la creazione di un fondo unico per la giustizia, il cui 50% verrà destinato alla lotta contro la criminalità.
 
[27]Nel primo trimestre del 2014, secondo i dati Istat,  il tasso di disoccupazione in Italia è salito a quota 13,6%, fino ad arrivare a circa il 22% nel Mezzogiorno (il valore più alto dal 1977). Per  quanto riguarda i giovani tra i 15 e i 25 anni, il tasso di disoccupazione è salito al 46% e nel Mezzogiorno al 60,09%. Nel Sud Italia sono 347 mila i ragazzi in cerca di lavoro, pari al 14,5% della popolazione giovanile.  
[28]In dieci anni (2001/2011), sono stati disciolti, in Calabria, per infiltrazione e condizionamento mafioso, 51 enti locali,  pari ad oltre il 12%  del totale dei comuni della regione (409).
 
[29] Giorgio Bocca, “Aspra Calabria”, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ), 2011, pag. 25
[30] Ibidem, pag. 74
[31] Nino Amadore: “La Calabria sottosopra”, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ), 2010
 

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