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CRISI ECONOMICA IN UNA DINAMICA STORICA

Prima di parlare  di crisi economica, occorre che in ciascuno di noi esista la consapevolezza che questo concetto è troppo ampio per essere compresso in un unico campo semantico.
Poiché Vito Barresi e Don Francesco Spadola tratteranno questa fenomenologia a livello sociale e religioso, io cercherò di approfondire le mie riflessioni sugli effetti perversi di un crisi economica che è, comunque, inevitabilmente, interrelata con gli altri ambiti che caratterizzano un sistema di riferimento.
Comunemente, per crisi economica si intende un periodo di tempo in cui si verifica una brusca e prolungata caduta dei livelli di attività economica.
Le imprese non riescono a vendere i loro prodotti, le scorte aumentano, la produzione crolla, gli impianti restano inutilizzati, i redditi diminuiscono, crollano anche i consumi, i prezzi diminuiscono e la disoccupazione aumenta.
A sua volta l’aumento della disoccupazione, portando ad una riduzione dei redditi e dei consumi, determina diminuzione di investimenti e di produzione.
Si entra, in effetti, in un circolo vizioso.
Specialmente, oggi,  in un contesto di globalizzazione, le crisi non sono facilmente prevedibili e mettono in discussione regole ed istituzioni.
Sicuramente  una crisi, essendo un processo che, normalmente, interrompe una condizione di presunta stabilità, essa è portatrice di mutamenti, il cui livello di negatività dipendente dalla sua intensità nel tempo e nello spazio.
Pertanto, essa pretende la capacità di saper individuare, un tempi, brevi, le scelte giuste da effettuare e le relative strategie di adattamento.
In caso contrario, la crisi può provocare una condizione prolungata di incertezze e squilibri difficilmente sanabili.
Quanto più il sistema è forte e, quindi, capace di reagire, tanto meno prolungata e la crisi con mutamenti facilmente assorbibili; quanto più il sistema è debole, tanto più si cronicizza la crisi.
Poiché una crisi economica non può avere lo stesso volto e la stessa intensità e, per evitare di impantanarmi in contraddizioni ed equivoci, trattando questo argomento nei diversi periodi storici, vorrei limitarmi alla crisi del sistema Calabria, che non è la conseguenza  di un evento improvviso ed imprevedibile, ma l’accumulo di incrostazioni antiche e recenti nella storia del sottosviluppo di questa regione.
Siamo di fronte ad un’area sottosviluppata, dove si registra una crescita economica costantemente inferiore a quella che si verifica nel complesso dell’economia nazionale: basso reddito medio pro-capite, alto livello di povertà, tecniche produttive arretrate, bassa produttività del lavoro, scarsa disponibilità di capitale.
Ma la domanda più importante che dobbiamo porci, al di là di una situazione di crisi, è la seguente: perché la Calabria non cresce?
Alcuni confondono la crescita con la pseudo-modernizzazione.
Certamente, se cerchiamo di paragonare, a livello di Calabria, la qualità della vita ed il livello di vita di oggi, rispetto agli anni ’50 del secolo scorso, potremmo dire di essere cresciuti.
Ma ciò non è vero, perché la crescita non si può misurare senza parametri di riferimento.
La dinamica evolutiva o la staticità della crescita la possiamo misurare nel divario generale tra la Calabria, per esempio, e la media nazionale, o il mezzogiorno o il centro nord, nel contesto dei parametri di riferimento, 
Se il gap rimane costante o quasi costante non vi è crescita reale.
Facciamo un esempio pratico:
Nel 1951, in Calabria, ci dice l’Istat, il 59% delle abitazioni era prive di acqua e latrine: ultima regione italiana.
Oggi, la percentuale si è ridotta notevolmente, ma la Calabria rimane sempre ultima tra le regioni italiane.
Nel 1951, l’analfabetismo si attestava intorno al 32% dell’intera popolazione  superata persino dalla Basilicata che, nel 1871, con il suo 88%, superava di un punto la Calabria (87%).
Oggi la regione, pur riducendo il suo analfabetismo al 5%, rimane sempre ultime tra tutte le altre regioni italiane.
Nel 1951, il pil pro-capite della Calabria era il 46% rispetto a quello del centro nord ed il 56% rispetto a quello nazionale.
Dopo, circa,  65 anni, lo scarto si è ridotto, in tutti e due casi del solo 6%, passando nel primo caso dal 46 al 52% e nel secondo dal 56 al 62%.
Praticamente 6 punti, con un incremento medio annuo dello 0,09%; neanche l’1%.
Oggi,  la Calabria produce lo 0,020% del pil nazionale, 15 anni fa lo 0,021%.
Tutto questo la dice lunga sulla cronicità del sottosviluppo regionale  e quindi sulla stabilità della crisi-Calabria: una crisi sociale, economica  culturale e di valori.
A questo proposito, abbiano provato a predisporre una Carta d’Identità della Calabria, utilizzando tutte le fonti più attendibili a disposizione quali l’Ocse, l’Eurispes, l’Eurostat, la Svimez, Bankitalia, CNEL, Camere di Commercio, Istituto Tagliacarne e Censis, per tentare di capire meglio perché la nostra regione non cresce; perché essa rimane sempre periferica ed è sempre preda di una crisi generalizzata che investe tutti i settori del sistema regionale.
Nel mio ultimo lavoro: “Calabria – la velocità immbile”,  l’analisi è molto più approfondita, ma in questa sede, sintetizzo per motivi di tempo e per aree di riferimento:
1)     Contesto socio-culturale
-      Scarsa conoscenza, da parte della maggior parte della classe dirigente, delle specificità e delle  peculiarità storico-strutturali della Calabria;
-      gap di credibilità da parte dei cittadini nei confronti dei livelli di governo, sia nazionali che regionali (carenza di prossimità);
-      accentuata propensione ai localismi da parte della classe politica;
-      inefficienza dell’apparato amministrativo pubblico, in quanto non formato e/o specializzato, per fronteggiare i continui mutamenti dettati dal processo di globalizzazione dei mercati.
-      nei prossimi venti anni, soltanto un calabrese su tre avrà meno di 40 anni ed i giovani sotto i 17 anni scenderanno al 17%: unaCalabria vecchia, quindi, con una economia povera e con risorse insufficienti per gestire un’assistenza sociale di ampia porta
2)    Le specificità  orografico-territoriali ed ambientali
-      La Calabria presenta il più alto livello di rischio sismico rispetto a tutte le altre regioni italiane, unitamente a quello di rischio frane, alluvioni e di avanzamento erosivo delle coste; a questo proposito, mi preme evidenziare che dall’Unità d’Italia ad oggi, si sono registrati in Calabria, 82 anni di alluvioni (non 82 alluvioni!);
-      il sistema infrastrutturale è obsoleto ed inadeguato per attrarre in loco investimenti extraregionali nazionali ed esteri.
-      i servizi di trasporto pubblico risultano, in generale, carenti  e quelli delle aree urbane insufficienti, rispetto alla domanda collettiva;
-      l’indice di accessibilità delle infrastrutture, secondo gli ultimi censimenti (2007), risulta il più basso d’Italia, con il 40,4%, rispetto al 43,8% del Mezzogiorno ed il 52,5%a livello nazionale;
-      nella regione non esistono i punti di prelievo per analizzare lo stato ecologico dei corsi d’acqua e dei laghi;
-      la Calabria è al quart’ultimo posto tra le regioni italiane in ordine alla raccolta differenziata
-      l’incremento della superficie urbanizzata, in particolare negli ultimi decenni,  è molto elevato pur in presenza di una sostanziale stabilità demografica;
-      il patrimonio paesaggistico ed ambientale continua ad essere sempre più eroso  e gli spazi pubblici si presentano notevolmente dequalificati;
 
3)   Sistema produttivo e PIL regionale
-      Il tessuto produttivo calabrese risulta frammentario e polverizzato, con una vitalità economica così debole da collocare la regione all’ultimo posto sia tra le regioni italiane che tra quelle del Mezzogiorno.
-      la possibilità di accesso al credito da parte delle famiglie e delle piccole imprese locali calabresi è quasi inesistente;
-      i tassi di interesse praticati in Calabria registrano, mediamente, punti più alti di quelli meridionali (1,5) e nazionali (3,3);
-      l’indice percentuale dell’export calabrese supera di poco lo 0% (0.09%), rispetto al 71,4% del Nord nel suo complesso ed all’11,5% del Mezzogiorno (dati 2009). Nel 2013, si registra un ulteriore -7% rispetto al 2012.
-      il contributo dei settori produttivi nella produzione del PIL regionale è dominato dal settore dei Servizi che continua a crescere (anche se in modo più ridotto in questi ultimi anni), creando un grosso squilibrio nella produzione del reddito regionale sempre più dominata dai trasferimenti pubblici pari al 75% della ricchezza regionale.
-      per quanto concerne il PIL pro-capite (al 2013, 16.575€), la Calabria, occupa permanentemente le ultime posizioni nella graduatoria delle regioni italiane;
-      in Calabria, le famiglie in povertà relativa sono il 26 % rispetto a quelle residenti (contro il 23% del Mezzogiorno, il 6,3% del Centro ed il 4,9% del Nord), mentre quelle in povertà assoluta rappresentano circa il  10% (contro il 6,7% del Mezzogiorno, il 3,8% del Centro ed il 3,6% del Nord);
 
4)   Mercato del lavoro
 
-      il tasso di disoccupazione, supera oggi il 25%, contro il 10,8% della media UE, il 12,7% a livello nazionale ed il 21,7% a livello del Mezzogiorno[1];
-      la situazione diventa ancora più grave se si considera che l’indice di disoccupazione giovanile (giovani tra i 15 ed i 24 anni) ha ormai superato la soglia del 65% registrando, stabilmente, negli ultimi anni, l’incremento regionale più elevato tra tutte le altre regioni italiane (43,3% a livello nazionale e circa il 60 % a livello del Mezzogiorno);
-      per quanto riguarda il lavoro a tempo determinato, in Calabria, Puglia e Sicilia si segnalano le quote più elevate di dipendenti a termine[2];
-      il precariato, specialmente quello “pubblico”, è elevatissimo e praticamente privo di ammortizzatori sociali.
-      la Calabria è la Regione italiana con la quota di lavoro irregolare più elevato tea tutte le regioni italiane;
 
5)  Qualità della vita e servizi socio-assistenziali
-      La qualità della vita in Calabria rimane, ancora oggi, molto più bassa rispetto agli standard nazionali ed europei;
-      la spesa sanitaria, in rapporto al PIL, risulta la più alta tra tutte le regioni italiane;
-      la mobilità sanitaria, durante il periodo 2010/2012 è passata da 230.000 a 240.000 persone
-      in ordine alla presa in carico degli anziani nell’ambito dell’Assistenza Domiciliare (ADI), essa si colloca all’ultimo posto, unitamente a Sicilia e Sardegna;
-      la Calabria si colloca all’ultimo posto per quanto riguarda la spesa dedicata ai servizi sociali[3] in rapporto al Pil (al di sotto dello 0,3%),
-      rispetto al  target del 35% a livello nazionale, per la spesa pubblica di servizi per la prima infanzia, il Molise e la Calabria si attestano gli ultimi posti con, rispettivamente, il 9,6% ed il 18,1%;
-      anche il settore del volontariato presenta ancora un’incidenza largamente inferiore a quella delle altre regioni italiane;
-      i dati sulla dotazione di infrastrutture sociali presentano una situazione di persistente grave ritardo, con un indice pari al 64,4% rispetto alla media nazionale ed all’80% rispetto al Mezzogiorno.
 
Istruzione
-      Il sistema dell'istruzione regionale, nonostante i progressi registrati in questi ultimi anni, permane caratterizzato da standard qualitativi insoddisfacenti;
-      il livello di analfabetismo in Calabria, nel 1871 era pari all’87% della popolazione, superato solo dalla Basilicata (88%). Nel 1951 esso era pari al 31,6%, il più alto tra tutte le regioni italiane. Nell’ultimo censimento del 2001 esso è sceso al 4,74% rimanendo, comunque, il più alto d’Italia;
-      l’indice di attrattività delle Università calabresi colloca la regione al terz’ultimo posto tra tutte le altre, dopo la Basilicata e la Valle d’Aosta;
-      l’analisi dei risultati regionali, in questo settore, mostra un sistema di istruzione scolastica fortemente asimmetrico, nel quale la Calabria si colloca all'ultimo posto tra le regioni italiane, nel rendimento scolastico in tutte le materie e il 40% degli studenti mostrano competenze insufficienti[4];
-      per quanto riguarda gli edifici scolastici censiti, il 12% presenta  una vetustà superiore ai 50 anni, il 30% non risulta progettato per uso scolastico ed il 70% è privo dei certificati di collaudo e di abitabilità.
 
Società dell’informazione
-      La percentuale delle famiglie che possiede accesso ad internet, sul totale della famiglie, si attesta in Calabria al 46,8%, contro il 47,2% del Mezzogiorno,  il 52,4% dell’Italia ed il 60% delle regioni del Nord. La percentuale scende al 37% per cento (dati 2011), se si considera la quota di famiglie che dispone di un accesso alla rete, mediante banda larga;
-      relativamente alle imprese, si rileva che il collegamento ad Internet è presente nell’89,7% delle aziende calabresi con almeno 10 addetti e la banda larga con il 45,2% (contro, rispettivamente, il 91,7% 56,7% a livello nazionale.
Legalità
 
-      La Calabria, per la diffusa presenza di organizzazioni criminali, costituisce uno dei principali nodi strategici europei per l’importazione e l’esportazione di stupefacenti, provenienti dal Sud America e dal Medio Oriente[5].;
-      le estorsioni, l’usura, l’infiltrazione nel sistema degli appalti pubblici, lo smaltimento illegale di rifiuti solidi urbani e speciali ed il commercio di stupefacenti sono gli altri settori di sicuro interesse criminale, con forti ripercussioni sull’economia locale;
-      per quanto riguarda gli omicidi volontari la Calabria, è passata dal secondo posto del 1891 (dopo la Sicilia), al primo posto nel 2011 (con una media di 3,19 omicidi  ogni 100.000 abitanti), seguita a distanza dalla Campania (1,79); lo stesso primato si estende ai tentati omicidi (4,38 tentati omicidi per 100.000 abitanti, rispetto al dato del 3,36% della Puglia ed a quello del 3,13% della Campania);
-      per quanto concerne i delitti contro lo stato ed i delitti di mafia, essa si colloca al secondo posto dopo la Campania;
-      per contro, essa è la regione con la percentuale più bassa nella percezione, da parte delle famiglie del rischio di criminalità nei territori in cui vivono (dati 2011), con il 15%, rispetto al 29,2 % del Nord-Ovest e del 26,7% nel Centro-Sud.
 
Emigrazione
 
-      Dal 1955 al 2008, sono emigrate dalla Calabria 1.409.909 persone, pari al dato registrato nel periodo 1880/1922, e cioè, fino all’avvento del fascismo;
-      dal 1980 al 2008, hanno lasciato la Calabria, per il centro-nord, 472.960 persone, di cui 173.791 tra i 20 ed i 29 anni, e 97.465 tra i 30 e i 40 anni, per un totale di 271.256 persone,  pari al 57 % del totale[6];
-      l’emigrazione delle persone istruite e più qualificate (in particolare giovani) diventa sempre più elevata, con conseguente impoverimento culturale  ed economico della regione.
Secondo i dati Eurostat, essa viene collocata agli ultimi posti nella graduatoria delle regioni europee, sia a livello generale, che nell’ambito di quelle inserite nell’Obiettivo Convergenza.
A seguito dell’allargamento dell’Unione Europa a 28 Stati membri, l’ultimo documento della Commissione Europea[7] sulla competitività delle regioni europee, la Calabria è scesa al 222° posto tra le 262 regioni europee, superata da tutte le regioni dei Paesi pre-allargamento, ad eccezione dell’Anatolia Macedone, della Guiana francese e dell’isola di Reunion (Dipartimenti Francesi D’oltre Mare).
Le altre regioni al di sotto della Calabria sono collocate nei 12 Paesi post-allargamento e, cioè, in Bulgaria, nella Repubblica Ceca, in Lituania, in Lettonia,  in Ungheria, in Polonia, in Romania e  in Slovacchia.
Se si considerano, poi, gli indicatori “innovazione e ricerca” e “la vitalità economica del  tessuto produttivo”, la Calabria si colloca all’ultimo posto.
Se consideriamo le regioni dell’Obiettivo Convergenza, essa permane tra gli ultimissimi posti dei Paesi pre-allargamento ed a metà classifica rispetto a tutte le aree periferiche dei 28 Stati appartenenti, oggi, all’Unione Europea.
Basta questa “carta d’identità”, per comprendere come la fase recessiva che investe la Calabria non solo continua, ma si sta aggravando sempre più, specialmente in questi ultimi anni.
Tra l’altro, alcune stime, anche se approssimative, ci dicono che solo per mettere in sicurezza la Calabria, nel senso di partire da zero nell’incrocio tra ascisse ed ordinate, occorrerebbero 32 miliardi di euro per Strasporti,  Difesa del suolo (si stima in circa ha 300.000 i terreni in dissesto idro-geologico).I boschi naturali comprendono una superficie di 450.000 ettari del territorio regionale a cui bisogna aggiungere altri 150.000 ettari rimboschiti fino ad oggi, per un totale di 600.000 ettari di cui 225.600 di proprietà pubblica (37,6%) e 374.400 (62,4%) di proprietà privata. La Regione possiede 58 mila ettari di foreste, con circa 80 mila ettari rimboschiti di proprietà privata tenuti ancora in occupazione temporanea. Il costo  annuo per l’attività di forestazione in Calabria è quantizzato in 235 milioni di euro, di cui 2/3 pagati dallo Stato (160 milioni  di euro) e 1/3 pagato dalla Regione (75 milioni di euro);
Difesa delle coste;
Difesa ambientale e bonifica siti inquinati;
Sistema di prevenzione e protezione civile;
Difesa del territorio
Legalità e sicurezza.
Questi dati confermano la perifericità ed il sottosviluppo della Calabria che ha radici lontane, con mali antichi e “moderni” accumulati nell’arco dei secoli e perpetrati da classi dominanti e classi dirigenti, a seconda del periodo storico considerato.
Ecco perché,  i cittadini calabresi hanno ben ragione di essere preoccupati del loro futuro “senza prospettive”; e quando verranno meno le risorse della politica pubblica, che è diventata, purtroppo, la principale fonte di produzione della ricchezza regionale,  la situazione della regione sarà ancora più allarmante e precaria, con un  livello di povertà assoluta crescente ed una disoccupazione strutturale che costringeranno le migliori energie della regione a continuare ad emigrare, con le conseguenze ben note se si guarda ai diversi periodi storici delle grandi ondate migratorie extraregionali subite dalla Calabria.
La gente è delusa ed indignata:  nel 1970 votò l’81,87% della popolazione avente diritto di voto, nel 2015 appena il 43,8%.
Tutto questo mi ha spinto a cercare di individuare quali sono stati e quali sono i mali antichi e, passatemi la parola “moderni” che hanno immobilizzato la nostra regione.
Mi sono fatto una passeggiata nei secoli ed ho constatato che per oltre due mila anni, gli eventi che si sono succeduti, nella nostra regione, pur avendo modificato, in vario modo, la composizione delle classi sociali, hanno lasciato quasi sempre immutata la tendenza degli strati sociali “più forti” e potenti, a qualunque livello, a conservare i propri privilegi attraverso forme di immobilismo e di parassitismo che hanno frenato, se non totalmente bloccato, la crescita dell’intero sistema sociale ed economico della Calabria.
La colonizzazione greca, la colonizzazione romana le continue invasioni barbaresche, il sistema feudale creato dai Normanni e perpetrato da Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, e l’assolutismo monarchico dei Borboni hanno sconvolto ed immobilizzato l’intero sistema regionale, nel quale  il contadino era un “servo della gleba” per nascita e solo il padrone poteva, se lo riteneva opportuno, permettergli di uscire da questa condizione di quasi schiavitù.
I baroni non distinguevano tra territorio e popolazione; anzi, questi due “elementi” venivano diluiti in un’unica “merce di scambio” che isolava il popolo dai potenti,  fossero essi invasori, colonizzatori o nobili a cui venivano assegnati i feudi per premio o in eredità e che non intendevano rinunciare, neanche in minima parte, ai privilegi ed alle prerogative loro assegnati dai sovrani.
Per quanto riguarda la Chiesa, essa ebbe gravi  e grandi responsabilità sul degrado socio-economico e culturale della Calabria, in quanto, per oltre un millennio, esercitò un potere enorme non solo nei confronti della povera gente, ma anche dei nobili (molto spesso ignoranti) e degli stessi sovrani.
Alla fine della dominazione spagnola, il regno di Napoli contava oltre 70.000 persone tra sacerdoti e frati,  e nel clero si annidavano, sempre più,  persone attratte dallo stato ecclesiastico, non certamente per vocazione, ma per l’esclusivo vantaggio che tale status avrebbe potuto loro assicurare.
Essa riuscì ottenere dai  sovrani gli stessi privilegi accordati ai feudatari e, quindi, pur nel contesto dei diversi interessi che caratterizzavano i due ceti, divenne quasi naturale l’avvio ed il consolidamento, nel tempo, di una alleanza tra baroni e clero che durò per molti secoli.
Chiesa e Sistema Feudale lavoravano in quasi totale sintonia per assicurarsi il controllo della popolazione e per scambiarsi reciproci favori e privilegi, anche se ciò non escludeva le battaglie, tra questi due poteri, per un maggiore o minore dominio  sulle masse popolari.
Così, alla fine del 1700, ci si trova di fronte ad una regione ancora più immersa nella miseria  (specialmente nelle campagne), nell’ignoranza, nel degrado morale, con una situazione aggravata dalla malaria, dai terremoti (basti ricordare quello del 1783 che provocò oltre 30.000 morti) e dalle pestilenze.
Si sperava che, con l’Unità d’Italia le cose sarebbero cambiate, ma la strategia del nuovo ceto emergente, in particolare della classe politica, fu quella di ritardare a periodi successivi lo sviluppo del Sud, attesa la necessità di rafforzare il Nord per dare più competitività internazionale al nuovo Stato italiano.
Il ceto politico e quello borghese si allearono, creando una nuova classe dirigente che cominciò a basare i suoi punti di forza sulla povertà, sulla disoccupazione e sull'ignoranza della popolazione di quell’epoca, specialmente di quella meridionale.
Questo “compromesso istituzionale” tra il ceto politico e le classi dirigenti fu la vera causa del dualismo Nord-Sud, tanto è vero che nei 50 anni che precedettero l’avvento del fascismo si registrò il totale indebolimento sociale ed economico del Sud d’Italia.
 Basta leggere qualche relazione prefettizia a seguito dell’inchiesta Bertani del 1872[8], per rendersi conto delle incredibili condizioni del meridione e delle forti disparità tra Nord e Sud.
Tra l’altro, il peso fiscale rimase inspiegabile per la gran parte dei cittadini[9] che non erano in grado di far fronte al pagamento di quella insostenibile tassazione nei loro confronti[10].
La prima conseguenza di questo stato di cose fu l’emigrazione che si trasformò in un esodo di massa dei calabresi.
A partire dal 1876 e fino al 1915, in soli 30 anni lasciarono la Calabria circa 700.000 persone, pari al 50% dell’intera popolazione; e se si eccettua il periodo fascista, tale emoraggia non si è mai fermata: ricordiamo che dal 1876 al 2010, hanno lasciato la Calabria oltre 2 milioni di persone, più o meno pari alla popolazione residente nell’ultimo anno di riferimento[11].
       Il periodo fascista bloccò il processo migratorio e, fino alla fine del secondo conflitto mondiale le cose in Calabria peggiorarono notevolmente, con un latifondo imperante ed improduttivo, uno sfruttamento dei contadini, fino ai limiti  dell’inverosimile, ed una qualità della vita non dissimile da quella registrata nei primi anni  dell’unificazione dell’Italia.
La reazione delle popolazioni locali contro quello stato di cose e le stesse lotte contadine, non riuscirono smuovere l’immobilismo del sistema socio-economico regionale subito dopo il secondo conflitto mondiale.
I primi segnali di una qualche svolta arrivarono, durante la fase della ricostruzione, con l’avvio dell’intervento straordinario che, nello spirito del legislatore, avrebbe dovuto cambiare completamente la situazione sociale ed economica del Meridionale e ridurre notevolmente il divario tra Nord e Sud.
Purtroppo, paradossalmente, l’intervento straordinario,  anche se durante i suoi primi 15 anni di operatività, diede un notevole impulso al miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni locali, consentì la nascita, con il passare degli anni, di una serie di perversioni che vanno dalla pressione del potentato economico del Nord di bloccare il processo di  sviluppo industriale timidamente avviato dalla Cassa per il mezzogiorno, per quattro ragioni principali: concentrare, quanto più possibile, in una logica distorta di economia duale[12], le risorse ordinarie dello Stato nel triangolo industriale, far crescere il mezzogiorno quel tanto per farlo diventare, non un produttore di beni e servizi, ma un consumatore dei beni che sarebbero stati prodotti esclusivamente dalle industrie del Nord, utilizzare l’enorme quantità di manodopera meridionale che veniva mano mano espulsa da un’agricoltura di sussistenza, sfruttare al massimo i benefici dei contributi previsti dall’intervento straordinario, specialmente a livello di contributi a fondo perduto (mai dizione più infelice!)[13].
Sono noti gli scempi provocati dal cattivo utilizzo delle risorse straordinarie e comunitarie[14] ed alle strategie della Stato in ordine alla cosiddetta “aggiuntività sostitutiva”; ma quello che occorre sottolineare è che i mali antichi si sono assommati a quelli più recenti generati, direttamente o indirettamente, da un serie di fattori figli  della ricostruzione e dell’intervento straordinario dai quali, durante questi 45 anni di regionalismo, si è insediata una pratica subdola ed apparentemente innocua nell’utilizzo delle risorse finanziarie pubbliche che sono, invece, diventate preda di affaristi senza scrupoli,  di politici interessati ad arricchirsi a spese della gente comune e di una criminalità organizzata sempre più potente e violenta
Si sperava nella nuova classe politica figlia del regionalismo.
Ma, basta analizzare i 45 anni anni di vita del’Istituto regionale, di cui 15 a livello di governatorati, per rendersi conto che ci troviamo di fronte ad una regione che non programma, non controlla, non legifera in modo organico, con grande  spreco di denaro pubblico ed un apparato amministrativo incapace di assistere gli organi istituzionali nei loro compiti di governo. Tanto per fare un esempio, nei primi trenta anni di regionalismo in Calabria,  e cioè dal 1970 al 2000, si sino succeduti 21 governi con una media di vita istituzionale di 17 mesi ed uno stallo di governo, in termini di crisi che ha superato quasi i cinque anni, “bruciando”, quindi, un’intera legislatura.
La gente sperava che la classe politica locale, più vicina e più sensibile ai gravi problemi del territorio e della società regionale, apportasse cambiamenti sostanziali allo stato di degrado in cui versava la regione, tanto è vero che andò a votare oltre l’87% degli aventi diritto al voto.
Invece, le cose non andarono per come si sperava in quanto questo nuovo ceto dirigente politico cominciò ad utilizzare l’Ente regione più come uno strumento per sprechi, illeciti arricchimenti, corruzione e rafforzamento della  criminalità organizzata, che come strumento di crescita della democrazia, della legalità, di una migliore e più forte organizzazione della società civile e di un incremento del livello e della qualità della vita delle popolazioni locali.
Se l’intervento straordinario, come più volte sottolineato, quindi, è stato lo strumento fondamentale per dare al Mezzogiorno d’Italia l’opportunità di uscire dal totale dell’isolamento economico, sociale e geografico in cui era relegato, nel contempo, esso si è rivelato, paradossalmente, una grande occasione, per i governi che i sono succeduti durante il periodo di operatività della Cassa per il Mezzogiorno, per utilizzare gran parte delle risorse finanziarie pubbliche in modo ineguale e distorto, a beneficio dei partiti di governo, in termini di rientri clientelari e di gestione del potere.
In particolare, la classe politica meridionale si rese conto che, grazie al controllo dei fondi pubblici, era possibile tenere sotto pressione la popolazione che, abituata a considerare il rispetto dei propri diritti come favori elargiti dalla classe dominante, ripagava i loro rappresentanti politici con il voto, subendo la corruzione e la concussione perpetrate dagli apparti della pubblica amministrazione asservita, tra l’altro ad una parte di questo ceto politico.
In questo contesto, nacque e si rafforzò quella che noi definiamo la “strategia della sostitutività”, nel senso che i governi che si succedettero in quegli anni, con una “mano davano e con l’altra prendevano”, riducendo i fondi ordinari, ogni qualvolta venivano attivati quelli straordinari, a dispetto di quel principio di aggiuntività che il legislatore, attraverso le diverse leggi sull’intervento straordinario, aveva considerato come una delle condizioni fondamentali per una crescita strutturale delle regioni meridionali.
Questa tendenza alla sostitutività, si registra, ancora oggi, con i Fondi per le Aree Sottoutilizzate (FAS), gestiti dal Ministero dello Sviluppo Economico, parzialmente coperti  dai Programmi Operativi Nazionali (PON)  a sostegno dei POR (Programmi Operativi Regionali).
[1] I dati della Svimez (Associazione per lo Sviluppo dell'Industria nel Mezzogiorno) ci dicono che, durante i suoi 43 anni di vita, la Cassa per il Mezzogiorno (fino al 1984) e l’Agensud (fino al 1993) investirono  nel Mezzogiorno circa 280.000 miliardi di vecchie lire, pari ad oltre 140 miliardi di euro[15].
Si tratta di un’assegnazione complessiva di non modeste dimensioni che avrebbe potuto sicuramente contribuire a ridurre il divario tra Nord e Sud se fosse stato utilizzata in una logica di concreta aggiuntività rispetto alle risorse ordinarie dello Stato.
In Calabria, in particolare, la “cultura” dei localismi divenne il motore perverso dell’azione politica dei dirigenti locali che si adeguarono quasi subito alla linea d’azione della politica nazionale in chiave  assistenzialistica, facendo prevalere gli interessi di parte per il predominio dei singoli territori, dove il risultato elettorale diventava l’obiettivo prioritario da conseguire.
Così, i principi fondanti dello Statuto della Regione Calabria, si rivelarono più una formula astratta che il contesto di riferimento per il pieno rispetto di quel principio di prossimità tanto necessario per soddisfare, al meglio, le esigenze dei cittadini.
La mancanza di una disciplina organica di definizione delle competenze, tra Consiglio e Giunta fu la prima causa del disordine politico ed amministrativo dell’Istituto regionale.
La Giunta, diventò, il luogo privilegiato della mediazione e della negoziazione tra i partiti ed singoli Assessorati si trasformano in  luogo di contrattazione e camera di compensazione di clientele e di interessi particolaristici. 
Si era praticamente costituito un “partito degli assessori”, dotati di apparati fiduciari, prevalentemente incompetenti, ma fedeli, in grado di smaltire, nel modo più veloce possibile, la grossa mole di richieste clientelari che provenivano dalle rispettive circoscrizioni elettorali.
Tutto dipendeva dalla politica pubblica; non solo il sistema produttivo, ma anche le stesse associazioni di categoria che dimostravano una manifesta dipendenza dagli Assessori.
Sin dall’inizio, i motori della crescita del sistema regionale, enfatizzati dallo Statuto (vecchio e nuovo), quali il processo di programmazione, il decentramento, l’efficienza dell’apparato amministrativo e la buona legislazione vennero e sono ancora praticamente disattesi.
La regione, infatti, non è mai riuscita a dotarsi di un piano regionale di sviluppo anche se tutti i documenti politico-programmatici, che venivano sottoscritti dai partiti di maggioranza, in occasione della elezione del Presidente e dei componenti delle Giunte, ne esaltavano la sua indispensabilità.
A partire dal 1987, con l'avvento della programmazione comunitaria, l’obiettivo della costruzione di un processo di piano regionale venne completamente accantonato.
La programmazione dei fondi comunitari, anche se limitata ai settori imposti dai regolamenti istitutivi dei fondi strutturali, si sostituì completamente alla programmazione regionale che avrebbe dovuto, invece, inserire gli strumenti di piano comunitari  in un processo molto più ampio di sviluppo sostenibile della Calabria[16].
Alla  “programmazione fantasma” bisogna aggiungere il fallimento del decentramento mai completato in quanto, tuttora, la gestione centralizzata delle competenze fa molto comodo alla classe politica regionale, che misura il proprio potere in termini di gestione diretta delle risorse finanziarie, sia nei confronti degli Enti sub regionali territoriali, sia nei confronti del sistema produttivo (un micro sistema facilmente ricattabile).
Altro pilastro debole dell’architettura istituzionale è stato l’apparato amministrativo, nato male ed oggi impreparato al veloce ritmo dei mutamenti ed asservito al potere politico.
A queste “variabili inibitrici” bisogna aggiungere anche la cattiva qualità della legislazione regionale, prevalentemente imitativa e non innovativa.
Da un’analisi generale dell’intera produzione normativa fino ad oggi, emerge che una delle principali caratteristiche del processo legislativo calabrese è stata  quella del “peggio legiferare”, atteso che gran parte delle leggi regionali è stata approvata alla fine di ciascun esecutivo o di ciascuna legislatura ed ha riguardato l’attuazione di norme statali,  le continue variazioni ai bilanci regionali (approvati, quasi sempre, con notevole ritardo rispetto ai tempi previsti), provvedimenti urgenti per eventi straordinari, proroghe, modificazioni ed integrazioni a leggi precedenti, accensioni di mutui passivi, indennità, assistenza e previdenza per i consiglieri regionali e l’organizzazione dei gruppi consiliari, il personale regionale, il risanamento delle passività pregresse di alcuni enti strumentali e “contributi” e “provvidenze” a favore di svariati  Enti ed Associazioni “culturali”. 
Ecco perché, l’intero sistema normativo regionale è viziato da una grande disorganicità che continua, tra l’altro, a rallentare il processo di spesa delle risorse finanziarie a disposizione, contribuendo a ridurre anche la buona qualità degli interventi ed il loro impatto sul sistema sociale, economico e territoriale della Regione.
Il cattivo funzionamento di quelli che avrebbero dovuto rappresentare i quattro pilastri fondamentali e, quindi, i “motori istituzionali” dell’Istituto regionale, ha rallentato, in modo molto pesante, il processo di crescita della Calabria.
Così, la Calabria, in questi 45 anni di regionalismo, si è trasformata in un serbatoio di opportunità, convenienze ed affari per politici, industriali (specialmente del nord) prenditori di contributi (esperti in “toccata e fuga”), negoziatori di appalti e subappalti, consulenti mercenari ed universitari in cerca di collocazione e di carriere veloci.
L’operato, quindi, della maggior parte della classe dirigente calabrese, nel non sviluppo e nella non crescita del territorio e della società regionale, non è da interpretare solo come scarsa cultura nell’esercizio di governo, ma anche come una precisa volontà di gestire il potere a proprio esclusivo vantaggio, in un contesto nel quale la “legittimità democratica” si è trasformata un diritto acquisito per effettuare scelte anche al di fuori delle regole democratiche e senza dover rendere conto ai cittadini di ciò che viene fatto.
Un simile stato di cose ha creato delle perversioni, molto pericolose, che tendono a portare il cittadino a vivere in un clima di insicurezza sociale e di illegalità diffusa, dove i suoi diritti ormai si identificano con lo scambio di favori.
Né, tantomeno, i contesti in cui si muove la Calabria (si fa per dire!), sono forieri di buoni auspici.
Proviamo a sintetizzarli.
La globalizzazione, con le sue regole spietate, ha favorito i processi di delocalizzazione delle imprese e lo sviluppo di reti di produzione e di scambio sempre meno condizionate dalle distanze geografiche, alimentando la crescita dei gruppi multinazionali e i fenomeni di concentrazione su scala mondiale; ha favorito inoltre un’espan­sione enorme della finanza internazionale, che ha indebolito anche i sistemi politici di governo.
E’ mancata, come ha sostenuto il Presidente della Commissione Europea Barroso,  una risposta  politica coordinata a livello europeo anche con le parti sociali e la società civile.
La globalizzazione ci insegna che da soli, ormai, non si va da nessuna parte e le aree più deboli sono destinate a soccombere.
Se consideriamo il contesto europeo, siamo quasi a 60 anni dalla sottoscrizione dei Trattati di Roma dei primi seiPaesi fondatori e dobbiamo riconoscere  che l’obiettivo dell’integrazione europea rimane ancora irto di difficoltà.
Basta ricordare il fallimento della Strategia di Lisbona, il cui obiettivo era quello di garantire all’Europa, nel 2010, l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, il successivo fallimento di Lisbona 2 e le difficoltà che vincolano il raggiungimento degli obiettivi della strategie Europa 2020, e cioè “una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva”.
Per quanto mi riguarda, io credo che il vero problema sia da negli interessi nazionalistici, specialmente da parte di alcuni governi, che contrastano, nettamente, con la difesa dell’interesse e dei valori comuni a livello dell’Unione.
E’ chiaro che la solidarietà, senza la reciprocità non funziona; e fino a quando esisterà il preconcetto che un’Europa integrata minaccerà l’indipendenza, la sovranità e l’identità dei suoi Stati membri, sarà molto facile per i “nazionalismi” e gli “interessi particolari” frenare la cooperazione e tutte le politiche comuni che rappresentano le condizioni e le fondamenta dell’integrazione europea.
In questa logica, diventa molto difficile poter applicare a pieno il principio di sussidiarietà.
Papa Benedetto XVI sosteneva che “La sussidiarietà è prima di tutto un aiuto alla persona, attraverso l'autonomia dei corpi intermedi. Tale aiuto viene offerto quando la persona e i soggetti sociali non riescono a fare da sé e implica sempre finalità emancipatrici, perché favorisce la libertà e la partecipazione, in quanto assunzione di responsabilità. La sussidiarietà rispetta la dignità della persona, nella quale vede un soggetto sempre capace di dare qualcosa agli altri. Riconoscendo, nella reciprocità, l'intima costituzione dell'essere umano, la sussidiarietà è l'antidoto più efficace contro ogni forma di assistenzialismo paternalista”.
Certamente, l’Unione Europea sta  dimostrando tutta la sua vulnerabilità in presenza delle sfide che lancia ogni giorno il mercato globale.
Tuttavia, per quanto mi riguarda, ritengo che il processo di integrazione, anche se lungo, rimane irreversibile, perché da soli, ormai, non si va più da nessuna parte.
Personalmente non mi  sarebbe dispiaciuto trovarmi in un convegno e ascoltare, oggi,  una relazione di Carlo Marx sulla globalizzazione.
Certamente, ci avrebbe detto che ciò che sta succedendo oggi, egli l’aveva già detto e scritto 165 anni fa, prevedendo sia l’impoverimento sempre più forte del proletariato con il passare del tempo, che una disuguale distribuzione della ricchezza; e ci avrebbe letto alcuni pezzi del Manifesto del Partito Comunista: per esempio che la classe dominante, sfruttando il mercato mondiale, ha reso internazionale la produzione e il consumo di tutti i paesi; che, in luogo dell’antico isolamento locale e nazionale per cui ogni paese bastava a se stesso, subentra ora un traffico universale, una universale dipendenza una dall’altra e diventa sempre più impossibile considerare l’ambito nazionale in modo chiuso e ristretto; che il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione,  con le comunicazioni  infinitamente agevolate, la classe dominante (oggi, i banchieri e la finanza internazionale –ndr-) trascina nella civiltà anche le nazioni più barbare”.
Questo per dire che se la globalizzazione è un fenomeno attuale,  essa rappresenta il terminale di un processo di cambiamento della società mondiale iniziato oltre due secoli fa e già conosciuto da molti.
Quello che non si era previsto, invece è stata l’improvvisa velocizzazione di questo processo negli ultimi venti anni che ha moltiplicato i fattori di crisi: il debito pubblico aumenta sempre più, il welfare ci garantisce sempre meno, l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno dovuto abbandonare il centro campo nello stadio dell’economia, quelli che si  arricchiscono sono in  pochi e la gente deve lavorare di più e guadagnare di meno.
        Sono, infatti, convinto che, pur con grandi difficoltà, si uscirà dal tunnel per tre ordini di motivi: vivendo ormai in un sistema globale irreversibile,  gli eventi critici sono fattori ciclici e non possono presentarsi come una crisi strutturale permanente; perché è interesse della stessa speculazione finanziaria che ciò non avvenga; perché non c’è nessuno che potrebbe uscirne vincitore per sempre.
Per quanto riguarda il contesto nazionale, l’Italia continua a rimanere uno stato debole nei rapporti di forza con l’Esterno.
Basti pensare che, in 72 anni della storia repubblicana, a partire dai governi Badoglio e fino al Governo Renzi, si sono succeduti 70 governi.
Inoltre, una diminuzione delle disparità regionali non è mai rientrata negli interessi delle elites che detenevano e detengono  il potere politico ed economico.
L’Italia è l’unico Stato, oggi, tra i 28 che compongono l’Unione Europa, ad avere una economia duale da sempre.
Basta fare il paragone con la Germania in occasione della riunificazione del 1990, per rendersi conto di come i divari tra le due Germanie si sono quasi annullati grazie all’antica e salda tradizione culturale del federalismo germanico, alla legge del 1969 sull’”Obiettivo Comune” (Gemeinschaftsaufgabe) come strumento a disposizione del governo federale e dei Lander per gestire la politica strutturale regionale su tutto il territorio nazionale e, quindi, al riuscito adattamento del sistema di solidarietà nazionale ai Lander orientali
E noi continuiamo a parlare di Macro regioni e di istituzione di un nuovo Ministero per il Mezzogiorno.
Se analizziamo le assegnazioni per l’intervento straordinario nel Mezzogiorno dal 1950 al 1992, essa risulta pari a oltre 148 mila miliardi di lire correnti[17], pari a oltre 340 miliardi di euro-2008[18], senza contare altri 20 anni di Fondi Fas mal distribuiti  e mal utilizzati, con conseguenze nefaste nei confronti dell’intero Mezzogiorno.
Basti ricordare che il PIL del Mezzogiorno,  rispetto a quello nazionale, è sceso dal 36,7% del 1861 al 24% nel 2013 ; ed  il reddito medio pro-capite, dal 1951 ad oggi, dopo oltre 50 anni di intervento straordinario nazionale e comunitario, esso ha registrato un incremento di appena quattro punti rispetto al dato nazionale (dal 64% al 68%) e di soli sei punti rispetto al Centro-Nord (dal 53% al circa il 60%).
Il “Rapporto Sapir”[19], elaborato per conto della Commissione Europea, già nel 2003, sottolineò il fallimento delle politiche di sviluppo nel Mezzogiorno d’Italia, nel quadro dell’utilizzo dei fondi strutturali, evidenziando come questo territorio fosse incapace di dare segnali di convergenza, a differenza delle altre cinque macro-aree prese in considerazione (i sei Lander dell’Est della Germania, la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna).
Il rapporto sottolinea come ciò sia stato la conseguenza, in particolare, della presenza del crimine organizzato, della bassa qualità dell’Amministrazione Pubblica, che si è dimostrata incapace di canalizzare i fondi comunitari verso attività in grado di creare strutture industriali locali, con capitale di dotazione locale e manodopera specializzata, specialmente nel settore dei servizi, e dalla bassa produttività rispetto a quella del Nord del Paese.
Se si analizzano anche gli ultimi dati dell’Eurostat, si evince che la crescita del Mezzogiorno risulta inferiore a quella dei paesi europei di nuova adesione e delle altre aree depresse dell’Unione Europea.
Infine, il primo  Rapporto Istat-Cnel, sul "Benessere equo e sostenibile", presentato nel 2013, sottolinea come il Sud sia sempre più povero e con servizi sempre più scadenti.
L’ultimo Rapporto Svimez ci dice che il Sud  è sempre più povero.
 In Italia oltre due milioni di famiglie si trovavano nel 2013 al di sotto della soglia di povertà assoluta, equamente divise tra Centro-Nord e Sud (1 milione e 14 mila famiglie per ripartizione), con un aumento di 1 milione 150 mila famiglie rispetto al 2007". La povertà assoluta, sottolinea ancora il Rapporto Svimez, "è aumentata al Sud rispetto all'anno scorso del 2,8% contro lo 0,5% del Centro-Nord.
Nel periodo 2007-2013 al Sud le famiglie assolutamente povere sono cresciute oltre due volte e mezzo, da 443 mila a 1 milione 14 mila, il 40% in più solo nell'ultimo anno”.
Se inseriamo la Calabria all’interno di questi “contesti”, ci si rende facilmente conto quanto sia difficile e complesso definire delle strategie mirate a rafforzare la sua competitività, specialmente se il livello di governo locale continua a dare priorità alla pura e semplice gestione delle risorse finanziarie provenienti dalla politica pubblica nazionale e comunitaria, a detrimento della costruzione di un disegno globale di sviluppo che dovrebbe, invece, nascere da una sana proattività istituzionale capace di coniugare la straordinarietà, in quanto fase di transizione, con politiche strutturali di medio e lungo periodo.
Fino a quando, non verrà superata “l’abitudine”, da parte della politica pubblica regionale, di programmare lo sviluppo d’area solo  in funzione delle risorse assegnate, a livello nazionale e comunitario, sarà impossibile eliminare le criticità strutturali che ormai governano la regione e da non regole si sono trasformate in regole.
Mi riferisco, tra l’altro, ai localismi, al clientelismo sfrenato, alle incoerenze dei processi decisionali, alla cattiva gestione delle risorse finanziarie, alle caratteristiche imitative delle tecnologia di punta, all’assenza di “progetti innovativi” ed  alla mancanza di cultura di rete tra i portatori potenziali della crescita (Istituzioni, Scuola, Famiglia, Società e Chiesa) i quali, pur rappresentando le fondamenta ed i pilastri di un eventuale processo di discontinuità rispetto al passato, si sono rivelati incapaci di trovare un metodo comune di lavoro per superare la costante dell’immobilismo.
A ciò occorre aggiungere il controllo di buona parte dell’economia regionale da parte della criminalità organizzata e la proliferazione, nel tessuto produttivo locale, dei cosiddetti “prenditori di contributi” che, facendo razzia delle risorse pubbliche, hanno lasciato sul terreno solo fallimenti e “deserti”.
Trent’ anni di fallimenti che hanno disastrato questa regione.
Non certamente migliore si è rivelata l’azione politica dei tre governatori che si sono succeduti in queste ultime tre legislature che io mi sono permesso di etichettare,  nel mio libro, rispettivamente, come l’avvio dell’immobilismo, l’accelerazione instabile e la stabilità inutile. 
In generale, se facciamo un rapido calcolo delle risorse messe a disposizione della Calabria attraverso l’intervento straordinario, sia nazionale che comunitario, (intorno ai 43 miliardi di euro), le leggi speciali Calabria (oltre 7 miliardi di euro) ed i fondi comunitari (12 miliardi di euro dal 1976 ad oggi), esse si aggirano, secondo una nostra elaborazione, nel complesso intorno ai 62 miliardi di euro[20].
Il “valore” di questa cifra, purtroppo, non può essere, specificamente misurato in termini di impatto a livello sociale ed economico, in quanto, a parte la cattiva qualità della spesa, oltretutto estremamente lenta rispetto agli obiettivi progettuali, una buona parte delle risorse  destinate alla Calabria, ha generato opere incompiute e/o inconsistenti dal punto di vista della loro capacità di rafforzamento del sistema produttivo e di miglioramento della qualità della vita delle popolazioni interessate.
Basti ricordare, a titolo di esempio,che gli oltre 600 miliardi di lire  assegnati alla Calabria con le leggi speciali, produssero, fino agli inizi degli anni ’70, opere realmente eseguite per un importo di 63,5 miliardi di lire, pari a poco più del 10%, rispetto al totale delle risorse finanziarie assegnate[21], nel quindicennio 1955/1980.
A questo punto, mi si dirà, che questo mio catastrofismo dovrebbe essere  il preludio della morte di una regione.
Certamente si se non si trovano nuove strategie per un sua crescita strutturale e non si creano le condizioni per costruire un modello di sviluppo durevole e sostenibile.
La Calabria, in verità, non è un deserto indistinto; ma,  senza la conoscenza e la comprensione dei mali antichi e storici della nostra regione, è impossibile potere individuare i percorsi più adeguati, per dare dinamismo positivo alla situazione di stallo ed immobilismo che si è creato fino ad ora.
Questo perchè, senza la conoscenza e la comprensione dei mali antichi e storici della nostra regione e senza l’etica del vivere civile, è impossibile potere individuare i percorsi più adeguati, per poter operare una svolta rispetto alla situazione di stallo ed immobilismo del sistema regionale.
E’ il momento, quindi, che gli attori istituzionali, quelli economico/produttivi, quelli finanziario/creditizi ed una società civile più organizzata avviino “il dialogo delle opportunità”; un patto, cioè, per la Calabria, al fine di valorizzare le sue specificità e peculiarità e per  fortificare, in particolare, quel tessuto produttivo delle microimprese locali che, pur essendo il vero motore dell’economia regionale, non hanno volto perché non sostenute ed assistite adeguatamente.
Questi soggetti devono impegnarsi, pertanto, a  definire un codice etico, a sostegno di una “nuova Calabria”, per rafforzarne il potenziale endogeno e per fare sì che i principi di solidarietà e di reciprocità diventino la costante del nostro vivere comune.
Inoltre, occorre che il sistema istituzionale, la scuola, la famiglia, e la chiesa e la società civile diventino un contenitore solido, per consentire ai giovani di diventare, domani, i veri custodi di un metodo di lavoro efficace, legittimo, trasparente e coerente e per permettere loro di essere fieri di appartenere ad una regione che sappia  apprendere e crescere.
In questo contesto, mi piace ricordare il pensiero del Santo Padre Paolo VI che aveva individuato con chiarezza che tra le cause del sottosviluppo c'è una mancanza di sapienza, di riflessione, di pensiero in grado di operare una sintesi orientativa, per la quale si richiede « una visione chiara di tutti gli aspetti economici, sociali, culturali e spirituali ».
Io sono convinto che la società civile della nostra regione ha una grande responsabilità nella difesa  e nella crescita del sistema sociale ed economico della Calabria.
In molte regioni e territori dell’Unione Europea, la società civile organizzata è riuscita, infatti,  a diventare il “soggetto” privilegiato nel confronto con le istituzioni.
Ecco perché abbiamo tutti il dovere di impegnarci affinché le nuove generazioni crescano nella certezza di un futuro migliore, combattendo i favoritismi rispetto alle competenze, la furbizia rispetto alla legalità ed i piccoli privilegi a scapito dei diritti di ciascuno.
Tutti noi, oggi più che mai, dobbiamo proiettarci  verso una  nuova Calabria  che consenta a tutti i suoi cittadini di  riappropriarsi della loro identità, della loro cultura e del loro territorio, perché tutti noi abbiamo bisogno di una Calabria migliore, più sana, più competitiva e più protagonista.
E’, venuto, quindi, il momento che il sistema istituzionale, quello economico/produttivo e  quella finanziario/creditizio avviino quello che per me dovrebbe essere “il dialogo delle opportunità”, un patto per la Calabria per valorizzarne le sue specificità e peculiarità e per  fortificare, in particolare, quel tessuto produttivo delle microimprese locali che sono il vero motore dell’economia regionale ma che non hanno volto perché non sostenute ed assistite adeguatamente.
Per quanto mi riguarda, sono fermamente convinto che, seguendo questo percorso, la nostra regione potrebbe diventare un territorio molto competitivo, capace di produrre ricchezza anche fuori dall’assistenzialismo e dalle rimesse pubbliche.
Dobbiamo partire da quello che abbiamo,  rendendolo più attrattivo, attraverso tecnologie innovative e non imitative, ognuno esercitando il proprio ruolo con l’unico obiettivo di una crescita più sana e più equilibrata.
E la nostra scelta deve essere quella di pretendere che tutti gli attori dello sviluppo lavorino insieme per definire un codice etico per un Nuova Calabria, per rafforzare il potenziale endogeno della nostra regione e per creare una nuova cultura dello sviluppo in cui solidarietà e reciprocità diventino la costante del nostro vivere comune.
Occorre un patto per la Calabria che nasca dalla volontà di cambiamento dei cinque pilastri della crescita: Istituzioni, Famiglia, Scuola Società Civile Organizzata e Chiesa i quali potrebbero, insieme rafforzare i pilastri e le fondamenta del sistema socio-economico regionale.
Ognuno potrebbe, in funzione delle sue prerogative istituzionali e culturali, apportare un contributo notevole per raggiungere questi obiettivi.
Mi riferisco, in particolare, ad un sistema di governo capace di avviare concretamente un patto per la crescita, do applicare a pieno il principio di prossimità, di far partecipare la società civile nelle scelte di governo, di saper comunicare con i cittadini, di essere guardiano del rispetto delle regole e dei diritti di ciascuno di noi, di saper combattere la criminalità e difendere la legalità, di valorizzare le peculiarità e le specificità della regione, sostenendone il suo potenziale endogeno  e di promuovere la cultura della prevenzione, data la sua alta vulnerabilità ai diversi livelli.
Mi riferisco, alla Scuola che dovrebbe sapere insegnare il senso civico, la cultura della legalità e del rispetto delle regole, di formare i giovani e di istruirli anche nel contesto della conoscenza storica dei processi che hanno caratterizzato la storia della Calabria e dei calabresi.
Mi riferisco alla Famiglia che dovrebbe essere apportatrice di valori etici e morali per una migliore e più sana convivenza civile.
  Mi riferisco alla Società Civile che dovrebbe diventare il vero capitale sociale per rafforzare e valorizzare la democrazia partecipativa, disabituare il cittadino al rispetto dei diritti e non alla proliferazione della sottocultura dei favori, consolidare il processo di consultazione dal basso e di individuare le vere priorità in funzione dei reali bisogni dei cittadini.
Mi riferisco alla Chiesa che dovrebbe applicare a pieno i principi ispiratori che sono stati alla base dell’operato dei Papi degli ultimi 50 anni: la Solidarietà di Papa Giovanni XXIII, la  Sapienza e la Conoscenza di Papa Paolo VI, l’intergenerazionalità e l’Unità nella Diversità di Papa Giovanni Paolo II, la Sussidiarietà di Benedetto XVI e la prossimità e reciprocità di Papa Francesco.
Istituzionalizzare, in via definitiva, quindi la missione della Chiesa in chiave di doveri e non di diritti; la Chiesa di Cristo non ha diritti ma solo doveri, deve  incontrare la gente fuori dagli altari, sapere ascoltare e rendersi portatrice concreta di sviluppo economico e sociale.
Un patto per la crescita tra queste Istituzioni dovrebbe essere coordinata da una sana politica di governo regionale in grado di guardare fuori dalle sue piccole ed insignificanti frontiere fisiche e proiettarsi verso l’Esterno sviluppando la cooperazione interregionale transnazionale e facendo tesoro delle migliori pratiche attuate in altre regioni europee importabili in Calabria.
Cito, a titolo di esempio, anche sulla base della mia decennale esperienza  di Segretario Generale del Comitato delle Regioni dell’Unione Europea a Bruxelles:
 
-         Regno Unito:
o   l’informatica nelle scuole e l’impiego massiccio delle nove tecnologie;
o   Incremento notevole dei servizi on line;
o   I progetti delle Isole Ebridi nel settore dei trasporti integrati;
o   I Key Funds a favore dei giovani nel  Western Scotland;
o   Il turismo verde nell’isola di Wight;
o   progetti specifici nelle Orcadi e Shetland nei settori della sanità e dell’educazione
 
-         Svezia
o   grande quantità dei servizi on line: in particolare nel settore sanitario quali i portali di divulgazione medica sui principali tipi di patologie e traumi ;
-         Austria, Irlanda, Belgio e Lussemburgo:
o   Svolgimento elettronico di tutti i procedimenti amministrativi;
o   Informazioni 24/24 su questioni relative al mondo del lavoro;
o   Penetrazione di internet nella maggior parte delle famiglie e delle imprese;
o   Istruzione interculturale
 
-         Danimarca e Olanda (70% delle abitazioni collegate ad internet, e 90 % degli imprenditori collegati ad internet), unitamente all’informatizzazione dei servizi di qualità nel settore sanitario, sociale, trasporti pubblici, protezione ambientale, ostruzione, arte cultura, mercato del lavoro, sviluppo economico ed industriale:
 
-         Danimarca
o   Il programma di qualità in agricoltura e biomassa nell’isola di Bornholm;
o   I progetti di istruzione interculturale;
o   I progetti sulle energie rinnovabili nell’isola di Salsoe
 
 
-         Finlandia
o   Progetti nel settore delle tecnologia dell’informazione nelle isole Aland;
o   170 tipi di servizi pubblici fruibili on line;
o   portale del manuale del cittadino
 
 
-         Germania
-         Progetti di istruzione interculturale
-         Informatizzazione delle dichiarazione dei redditi;
-         Prestiti per la formazione
-         Informatizzazione della PA
 
-         Spagna
-         I progressi delle Baleari nel settore turistico, linee aeree ed infrastrutture portuali;
-          
-         Grecia
o   I progetti di Telemedicina nell’isola di Creta nel quadro delle tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni (ITC)
 
-         Francia e Belgio
o   Informatizzazione dei servizi sanitari
 
Potrei citare molti progetti strategici che si potrebbero avviare nella nostra regione e che potrebbero dare un grande segnale di discontinuità rispetto al passato.
Ad esempio
-         Il Polo logistico di “Gioia Tauro”
-         Il Marketing territoriale e le unicità d’area: Il Solocalabria
-         Lo sviluppo e valorizzazione delle peculiarità della montagna calabrese e forestazione produttiva
-         La lotta alla povertà
-         L’intergenerazionalità e le politiche sociali
-         La Prospettiva Mediterranea
-         L’inclusione sociale e le politiche migratorie
-         Un Fondo di solidarietà e coesione tra le regioni italiane
-         Fertilizzazione del contesto e messa in sicurezza
-         La lotta alla mafia
-         Sostegno e rafforzamento del sistema impresa
-         Internazionalizzazione e cooperazioni interregionale transeuropea
 
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IL PROGETTO INDUSTRIALE: L’INGANNO E LA BEFFA
Prima di chiudere, non posso non accennare  ad uno dei più grandi inganni e ad una delle più spregievoli beffe perpetrati a danno di questa nostra Regione.
Mi riferisco al fallimento del processo industriale ipotizzato dallo Stato, avviato timidamente nei primi anni di operatività dell’intervento straordinario e poi trasformato in un grande progetto integrato proposto ed enfatizzato proprio quando nacque l’Istituto regionale, dopo la rivolta di Reggio Calabria.
L’ho chiamata industrializzazione senza volto, in quanto è abortita prima di nascere, sebbene i sacrifici ed i costi sociali ed ambientali che ha dovuto pagare il territorio e la società regionale sono stati rilevantissimi, con gravi conseguenze negative, in alcuni casi irreversibili.
L’intero “progetto industriale”, riguardava 10 grandi investimenti[22], alcuni di iniziativa delle Partecipazioni Statali ed altri di grandi gruppi privati, per un ammontare complessivo di circa 2.000 miliardi di vecchie lire ed una occupazione di 15.000 persone, senza contare gli effetti indotti.
Già dopo i primissimi anni, questo “colosso di argilla” cominciò a sbriciolarsi per una serie di cause che andavano dalla crisi dei comparti a fronte dei quali si sarebbe voluto realizzare l’investimento, alle speculazioni dei gruppi privati il cui obiettivo prioritario era stato quello di lucrare sui contributi pubblici dell’intervento straordinario, al poco interesse delle Partecipazioni Statali a trovare soluzioni alternative alle iniziative in crisi, agli extracosti  determinati dall’intreccio tra politica ed affari, dai localismi e da una classe dirigente, specialmente quella politica,  poco sensibile alla economicità degli interventi ma molto interessata al rientro elettorale che ciascuna iniziativa poteva determinare nei collegi elettorali dei politici di turno.
Questi investimenti ad alta itensità di capitale ed al di fuori di una logica di filiera sia orizzontale che verticale non potevano che fallire con l’aggravante che per la loro costruzione non solo venne sprecata una quantità immensa di dernato pubblico, ma vennero distrutte  intere zone di grande pregio naturalistico della Calabria[23], con conseguente creazione di “ecomostri” e “cattedrali nel deserto” improduttivi, fallimentari e devastanti per l’ambiente e vertiginoso arricchimento della mafia imprenditrice.
Saltò il V Centro Siderurgico di Gioia Tauro[24] e la beffa sarebbe stata quella di costruire, in alternativa un terminale carbonifero (accumulo di 5 milioni di tonnellate di carbone), per lo smistamento del carbone verso tutte le altre centrali localizzate sul territorio nazionale (500 posti di lavoro al posto dei 7.500 promessi).
Un progetto che, se realizzato, avrebbe rappresentato il più grande disastro a detrimento dell’ambiente, della flora, del turismo, della salute dei cittadini calabresi e delle future generazioni.
Gli stabilimenti dela Liquichimica di Saline Joniche[25] e quelli della Sir a Lamezia Terme[26],  differenza del V Centro Siderurgico, vennero, invece, realizzati, con l’aggravante  che nei primissimi anni venne occupata, a malapena,  meno del 10% della manodopera prevista a regime e subito messa i cassa integrazione, mentre i cascami e le scorie venivano ammucchiati, all’aperto nelle stesse aree dove erano ubicati gli stabilimenti, senza preoccuparsi dell’altro livello di inquinamento di queste scorire e dei danni che avrebbe provocato alla salute delle maestranze.
Per quanto riguarda la “quarta perla” dell’industria calabrese, il gruppo tessile Andreae, essa più essere considerate il più grande imbroglio perpetrato ai danni della regione: un delitto quasi perfetto cohe coinvlge una pluralità di soggetti, tutti còrrei di questo fallimento che ha coinvolto, in particolare, le due province di Cosenza e Reggio Calabria: 8 aziende realizzate, fallite, poi mezze riconvertite e poi chiuse definitivamente nell’arco di pochi anni.
Un gruppo industriale non idoneo ad affrontare finanziariamente il progetto tessile, anche in presenza dei contributi pubblici, e quindi destinato a chiudere i battenti, Montedisono/Montefibre[27] che si impegna a subentrare ma poi spreca solo il denaro e vende, gli Enti di Stato che prendono in carico tutto il progetto, socializzano le perdite  e, poi, non sono in grado di riconvertirlo, sindacati compiacenti, amministratori locali conniventi che hanno costruito le loro fortune e le loro carriere politiche: inganni e beffe nei confronti della povera gente che aveva lasciato le campagne, sperando in un fututo migliore, per loro e per i loro figli, e che, invece rimase senza lavoro e fu costretta ad emigrare, ingrossando le fila di quelli che già lasciavano la Calabria in cerca di lavoro, in altri parti dell’Italia, dell’Europa e del mondo.
Naturalmente, i grandi prenditori di contributi, pur in presenza, dei fallimenti delle aziende calabrese, non morivano certo di fame.
C’era chi delocalizzava per guadagnare più denaro in altre aree dove si erano create nuove Convenienze, e che si metteva al sicura dalla patrie galere, trasferendosi in Svizzera; ad esempio, l’Ursini della Liquichimica  ed il  Rovelli dela Sir morirono, rispettivamente, a Losanna ed a Zurigo, non certo poveri in canna.
Se ci spostiamo a Crotone che era uno dei più importanti poli industriali del Mezzogiorno il quale occupava, agli inizi degli anni ’70, 3.500 persone, senza contare l’indotto, il fallimento della Pertusola, della Montedison e della Cellulosa dimostrano il disastro provocato dalla insensibilità di una certa classe dirigente che ha sacrificato  il bene comune a favore dell’avidità di imprenditori senza scrupoli, di mazzettari,  di funzionari pubblici corrotti, di politici affaristi e della criminalità organizzata che si è ingrassata e rafforzata in modo iperbolico.
Per eventuali ulteriori approfondimenti vi rinvio al focus allegato a questo lavoro “l’industrializzazione senza volto”.
Mi fermo quì, solo per dire cosa è rimasto di questo scempio in Calabria: Cattedrali nel deserto, povertà, grandissime zone inquinate che richiedono costi elevatissimi per la loro bonifica, malattie gravi (in particolare, patologie di cancro) nei confronti dei lavoratori ( e della gente che vive in fabbricati, immobili pubblici ed infrastrutture realizzate con materiale altamente inquinante.
Oggi, tutto il progetto industriale previsto per la Calabria, lascia in “eredità al nostro territorio ed ai nostri cittadini capannoni diroccati, serbatoi arrugginiti di cemento e amianto, discariche a cielo aperto di rifiuti tossici, seppelliti nei terreni delle aziende  ormai tutte fallite e dismesse, i cui costi per le opere di bonifica sono elevatissimi e, quindi, facilmente sostenibili in un periodo di grossa crisi finanziaria che vive lo stato italiano.
A tutto questo, rimane l’amarezza di registrare che, quasi tutti i soggetti coinvolti (industriali, politici, dirigenti aziendali di enti di Stato,  burocrati, sindacalisti, ecc.)  in questi disastri sono stati assolti dopo vertenze giudiziarie durate decenni ed altre ancora in corso; eppure, l’ accusa per tutti era quella di associazione per delinquere, truffa ai danni dello Stato, evasione fiscale, falso in bilancio e violazione della legge fallimentare.
Il modello industriale in Calabria degli anni ’70, quindi, è stato uno strumento politico-clientelare senza precedenti nella storia del sottosviluppo meridionale; una beffa per i calabresi ed una occasione irripetibile per imprenditori opportunisti e “mazzettari” e per politici che hanno fatto dei finanziamenti a pioggia la loro fortuna, a livello elettorale e personale[28].
Un contesto fertile anche per la mafia che, non solo si è arricchita in modo esponenziale, ma ha potuto allargare il suo potere a dismisura, a detrimento del territorio e dell’ambiente di una regione che, durante la vigenza dell’intervento straordinario e delle provvidenze comunitarie ha subito l’avvelenamento del mare, il degrado del territorio e l’insediamento di “sistemi industriali”, nella stragrande maggioranza, incompiuti, incompleti, nocivi e pericolosi.
 
 
 
 
 
 
 


[1] Occorre evidenziare, a questo proposito che anche il divario tra i livelli occupazionali del Centro-Nord e del Mezzogiorno continua a crescere, passando da 16,2 punti percentuali nel 2000 a 20,4 punti nel 2010. In particolare, nella provincia autonome di Bolzano e Trento, in Emilia-Romagna e in Valle d’Aosta sono occupate oltre 7 persone ogni 10, tra i 20 e i 64 anni. In Campania, Calabria, Puglia, e Sicilia i valori dell’indicatore sono inferiori al 50 per cento. In questo contesto, le differenze nei tassi di occupazione femminili risultano ancora più accentuate: in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria la quota delle donne occupate tra i 20 e i 64 anni è inferiore alla metà di quella della provincia autonoma di Bolzano.
 
[2] Si calcola che, in Calabria, oltre il 20% dei lavoratori dipendenti ha un lavoro a tempo determinato, a fronte di una media nazionale pari al 12,3%.
[3] Ci si riferisce a quelli  destinati alle famiglie, agli anziani, ai  disabili ed al contrasto alla povertà ed alla esclusione sociale
[4] Basti ricordare che, già nel 2003, i dati dell'indagine PISA 2003, promossa dall'OCSE sulle competenze acquisite dagli studenti, collocavano la Calabria - insieme con Basilicata, Sardegna e Sicilia - nel gruppo di Regioni che registravano le peggiori prestazioni a livello europeo, sia nel campo della matematica, che nella capacità di lettura e nelle scienze.
[5] Come è noto, i rilevanti guadagni del narcotraffico sono utilizzati per effettuare operazioni di riciclaggio nei mercati mobiliari ed immobiliari.
 
[6] Le zone più colpite dalle ondate migratorie sono quelle collinari e montane. Per maggiori dettagli su tale fenomeno si rinvia al Focus di questo lavoro “Le grandi ondate migratorie in Calabria”.
[7]Si veda: “EU Regional Competitiveness Index 2010 di Paola Annoni and Kornelia Kozovska” e “European Commission - Joint Research Centre and Institute for the Protection and Security of the Citizenuropean Union”, 2010” - Luxembourg: Publications Office of the European Union - 24346 EN – 2010.
[8] Inchiesta parlamentare “sulle condizioni della classe agricola e principalmente dai lavoratori della terra in Italia”, promossa dal deputato Agostino Bertani, nel 1872, e poi “fusa” nell’“inchiesta agraria sulla condizioni della classe agricola in Italia”, presentata dall’allora Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio Gaspare Finali ed approvata con la legge del 15 marzo 1877. A Stefano Jacini, deputato lombardo, venne dato l’incarico di presiedere una commissione costituita ad hoc, che concluse i suoi lavori il 29 aprile 1885, per rendersi conto delle incredibili condizioni del meridione e delle forti disparità tra Nord e Sud
[9]Ci riferiamo ai gravi balzelli che pesavano sull’agricoltura, al drenaggio di capitali attraverso la vendita dei beni demaniali ed ex ecclesiastici, alla concentrazione della spesa pubblica nel Nord,  alla rapacità dei funzionari locali senza controllo da parte dello Stato. Si pensi, ad esempio, quanto dovette apparire assurdo ed illogico ai calabresi che, alla morte del proprio genitore, per ereditare la terra o la casa, dovevano pagare una tassa dello 0,55% del valore. Era questa una situazione inaccettabile per la gente delle campagne, in quanto non riusciva a comprendere perché si dovessero pagare dei soldi allo Stato nel momento in cui la “roba” passava dai padri ai figli.
[10] Basti pensare che, in applicazione dell’art. 54 della legge 20.4.1871, per mancato pagamento d’imposte, la Calabria subì, tra il 1885 e il 1887, ben 11.773 espropriazioni di beni immobili risetto alle 7.071 praticate in tutto il Centro-Nord d’Italia. Di conseguenza, in rapporto alla popolazione, fu la regione più “espropriata” d’Italia.
[11] A titolo informativo, si stima che solo il 39% degli emigrati sia ritornato i regione, mentre, a livello nazionale, tale percentale risulta pari al 53%.
[12] Le misure di politica territoriale, in effetti, non furono sentite come componenti importanti della politica economica in senso lato e, quindi, non furono integrate in quest’ultima.
[13] Due dizioni foriere di appropriazione indebita: “Cassa”  e “contributo a fordo perduto”...come “controparte”.
[14] L’avvio dell’uso distorto delle risorse pubbliche avvenne quando la Cassa per il Mezzogiorno delegò, senza un coordinamento ed un controllo adeguato, la realizzazione di molte opere ad una serie di Organi ed Enti decentrati dello Stato (Consorzi di Bonifica, Opera Sila e Geni Civili) che divennero Enti strumentali o Uffici al servizio del potere politico regionale e locale, trasformando, così, quasi tutte le risorse straordinarie, destinate alla Calabria, in strumenti di potere per la supremazia dei territori.
Tutto ciò contribuì ad indebolire, ulteriormente, il già fragile tessuto economico della Calabria  ed a spingere la classe politica locale a dare priorità alle piccole questioni legate all’emergenza, al fine di soddisfare clientele e localismi, piuttosto che a superare le criticità strutturali che attanagliavano la regione.
Dal canto suo, il Governo centrale aveva, ormai, istituzionalizzato la strategia dell’ “aggiuntività sostitutiva” (praticata ancora oggi), nel senso di ridurre il trasferimento delle risorse pubbliche ordinarie destinate alla regione, ogni qualvolta che venivano programmati interventi aggiuntivi (vedi, in particolare, leggi speciali per Calabria e risorse comunitarie).
 
[15]La Svimez è un ente privato senza fini di lucro, istituito il 2 dicembre del 1946, il cui obiettivo principale è lo studio dell’economia del Mezzogiorno. Tale Ente, per il suo impegno scientifico è da considerare uno degli osservatori più qualificati sullo studio del Mezzogiorno, sia a livello nazionale, che a livello internazionale.
[16] Per un’analisi  più specifica sui programmi comunitari e sull’utilizzo delle risorse cofinanziate dall’Unione Europea da parte della Regione Calabria, nel contesto della politica regionale, si rinvia al Capitolo 4 (“Dal regionalismo alla Calabria dei Governatori”).
 
[17]Tutti i dati quantitativi riportati in questo paragrafo sono tratti dalla pubblicazione  della Svimez: “150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011”, Edizioni il Mulino 2011, pagg. 1025 e seguenti .
[18] La conversione in euro 2008 è stata effettuata sulla base dei coefficienti di adeguamento valutario elaborato dall’ISTAT (il valore della moneta in Italia dal 1861 al 2008), dividendo i valori ottenuti per 1.936,27 (rapporto lira/euro).
[19] Questo Rapporto venne elaborato da un gruppo di studio indipendente (8 esperti internazionali)  presieduto dal Prof. André Sapir della Libera Università di Bruxelles, istituito, nel 2002, su iniziativa del Presidente pro-tempore della Commissione Europea, Romano Prodi, al fine di effettuare uno studio su performance e sostenibilità della strategia economica europea. Il documento venne completato e presentato al Presidente Prodi l’anno successivo con il titolo “Europa, un’agenda per la crescita”. Il documento è stato pubblicato in Italia, nel 2004, dalla Società Editrice Il Mulino (Bologna), collana Studi e Ricerche.
 
[20] In questo calcolo sono comprese le quote percentuali destinate alla Calabria relativamente agli stanziamenti previsti da leggi pluriennali di spesa e dalle risorse comunitarie. Questo dato deve essere, comunque, considerato approssimativo, in quanto le fonti ufficiali di riferimento (Istat e Ragioneria Generale dello Stato), in alcuni casi, si sono rivelate discontinue nel presentare i trend storici di riferimento.
[21] Vedasi D. Fausto e P.D. Giarda : “ I provvedimenti straordinari della Calabria, processo di formazione e realizzazione finanziaria” – UNICAL – Rivista “Sviluppo” Carical  n.1 – Ottobre/Dicembre 1974.
[22] Si trattava  della realizzazione del  Quinto Centro Siderurgico a Gioia Tauro, della Liquichimica Biosintesi a Saline Joniche , della Sir (Five Sud) a Lamezia Terme (Area Industriale di S. Eufemia), del Polo Tessile in provincia di Cosenza (Castrovillari, Cetraro e Praia a Mare) ed in provincia di Reggio Calabria (S. Gregorio), delle Officine Grandi Riparazione (O.G.R.) da parte delle Ferrovie dello Stato, a Saline Joniche, comune di Montebello Jonico (RC), di alcuni Poli turistici nelle tre province da parte dell’Insud, del potenziamento del Polo Industriale di Crotone (Pertusola, Montedison e Cellulosa), dello  stabilimento dell’O.ME.CA (Officine Meccaniche Calabresi) a Reggio Calabria, dell’ impianto di costruzioni meccaniche da parte del Nuovo Pignone S.p.A a Vibo Valentia e del Cementificio di Castrovillari (CS). Altri progetti, come una morsettiera elettrica a Villa S.Giovanni (RC), un autoporto a Regio Calabria ed una acciaieria dell’EGAM a Sibari (CS) non vennero mai realizzati. 
 
[23] Il progetto del V centro siderurgico venne tenuto in vita per oltre 10 anni con spese enormi e distruzione delle bellezze naturali quali la costa del borgo di Eranova ed i terreni retrostanti ricchi di pini e eucalipti, agrumeti e uliveti secolari (si parla di un “taglio” di circa 700.000 alberi).
Centinaia di famiglie (oltre mille persone) di queste due località, prima di essere trasferite in nuovi centri, costruiti nei comuni di Gioia Tauro e di San Ferdinando, vissero nel più grande disagio, per oltre 7 anni, in quanto privi di acqua potabile, senza più accesso al mare ed al posto della campagna, il “deserto”.
[24]Nella consapevolezza della non fattibilità di tale progetto i lavori propedeutici continuarno per 7 anni. Da questa operazione, i mafiosi imprenditori riuscirono ad avere la gestione diretta del 70% dei subappalti e un controllo indiretto del rimanente, attraverso una tangente dell’8 (Pino Arlacchi)..
[25] Dopo il fallimento (7 anni dopo), la Liquichimica Biosintesi di Saline Joniche (RC) amministrata da Raffaele Ursini, fallì dopo soli 7 anni dal completamento degli impianti e rimase solo un’area disastrata e distrutta che aveva ingoiato centinaia di miliardi di vecchie lire e sulla quale era stata costruita la “ciminiera più alta d’Europa” (175 metri).
[26]La SIR di Nino Rovelli ingoiò oltre  230 miliardi di vecchie lire, occupò per qualce mese 100 operai dei 3.500 previsti, poi messi in cassa integrazione, e lasciò in eredità ala Calabria una collina di scorie altamente inquinanti che giacciono ancora nell’Area Industriale: I vari tentativi di riconversione tentati negli anni successivi sono tutti falliti. Adesso c’è solo il “deserto industriale”.
 
[27] Dove c’era denaro da sgraffignare denaro pubblico, specialmente grazie alla legge di riconversione industriale (n.488/92), la Montedison/Montefibre era sempre presente, per poi lasciare sil terreno imprese cotte e decotte.
[28]Uno dei capolavori della truffa, dell’inganno, della beffa e dell’inquinamento, però, quasi un delitto perfetto,  fu quello di Gaetano Tavassi ex dirigente Gepi, e dello Stilista Angelo Marani che acquistano per poche lire fabbricati e terreni dello Stabilimento ex Faini di Cetraro, sempre del settore tessile, semiriconvertito dalla Gepi, sbriciolato, venduto a pezzi, utilizzato per rubare i soldi pubblici della 488/92 e poi fallito in tutte le sue sub holding...., si fa per dire.
Si lucra alla grande sull’acquisto, si prendono in giro i lavoratori, si sprme la legge di riconversione industriale, si trasferiscono i macchinari nuovi negli stabilimenti del nord, sostituiti dai vecchi, guadagano un altro saco di soldi per la formazione e riassunzione di lavoratori già in mobilità, Marani, pagava lo stipendio dei suoi lavoratori di Correggio con i soldi assegnati in Calabria, alla Emiliana Tessile, rivende tutto ad altri prenditori di contributi locali che cercano di trasformare una azienda tessila agonizzante nle comparto della maglieria in un polo oncologico, dove, i tecnici e gli operai specializzati dell’ex maglieria si sarebbero dovuti trasformare in operatori sanitari ed infermieri.
E poi, la ciliegina sulla torta, la trasformazione di tutto questo aborto una legge regionale “Progetto integrato di sviluppo locale (PISL), denominato «Cetraro»”, finanziata con i fondi del POR Calabria 2007/2013, attraverso l’approvazione di un’apposita legge regionale della Regione Calabria, la n. 32/del 2009.
La magistratura ci mette le mani e si scopre non solo quanto già detto, ma migliaia di ettari inquinati, con prodotti tossici a cielo aperto, vendite e svendite tra privati ed enti pubblici, politici, burocrati e sindacalisti corrotti; pascolo abusivo della criminalità organizzata per lucrare su questi scempi.
Alla fine, qualche condanna con il beneficio della pena sospesa, e la constatazione che ogni lira per questo tipo di investimenti si moltiplicava per 4 o per 5, visto che bisognava pagare il costo degli impianti, la cassa integrazione, immediatamente dopo, il capitale pubblico per il risanamento a carico delle PPSS, i corsi di formazione, e la bonifica dei siti altamente inquinati.
Questa storia si ripete per quasi tutto il tessile dell’Andreae, alla Marlane di Praia Mare del conte biellese Rivetti, caro amico di Emilio Colombo, acquisita prima dall’Istituto Mobiliare Italiano (IMI) e poi assorbita, nel 1970 dal gruppo ENI, attraverso la partecipata Lanerossi.
Una chicca: Rivetti, grazie alla facilità con la quale riusciva ad avere i contributi pubblici, investì anche in altri settori, nel comune di Tortora (provincia di Cosenza), rispettivamente, nel campo delle coltivazioni e degli allevamenti e realizzando l’Hotel Santa Venere a Maratea, creando la PAMAFI (acronimo di PAdre, MAdre e FIglio).
 
 

ebag Vincenzo Falcone - Politiche Europee     info@vincenzofalcone.it
Vincenzo Falcone - Politiche Europee
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