Articoli e Interventi >> CORONAVIRUS: LA PANDEMIA CHE STA SCONVOLGENDO IL MONDO
 












 
La pandemia del coronavirus ha creato, in pochissimo tempo, un cambiamento radicale delle nostre abitudini di vita a tutti i livelli.
Una cambiamento epocale assolutamente imprevedibile fino a qualche mese fa che ci ha costretti a limitare la nostra libertà di movimento, a ridurre quasi completamente le nostre relazioni sociali in termini di vicinanza fisica e a non potere esplicare la nostra attività lavorativa in quasi tutti i comparti sociali, economici, territoriali, ambientali e culturali.
Questo virus assolutamente sconosciuto, subdolo e contagioso, ci ha costretti a chiudere le chiese, le scuole, le imprese, i ristoranti, gli alberghi, i teatri, ecc.
Ci ha impedito di praticare qualsiasi tipo di sport.
Ci ha impedito di fare persino una semplice passeggiata.
Ci ha praticamente imprigionati nelle nostre case rendendo deserti tutti gli spazi aperti del mondo: le città, le campagne, le montagne, il mare e persino l'aria, “permessa” solo per respirare. I governi di tutto il pianeta sono confrontati con questo nemico sconosciuto e l'intero sistema globale è stato costretto a ridurre drasticamente la velocità del ritmo dei mutamenti con
conseguenze disastrose.
L'unico “ambiente” iperattivo è quello che si trova alla “foce del fiume pandemico” e cioè tutti i presidi ospedalieri e tutti gli operatori sanitari che hanno raggiunto, in Italia, limiti insopportabili fino a qualche giorno fa.
Oggi, si comincia ad intravedere, qualche “bagliore oltre la siepe", che non significa il ritorno, in tempi brevi, "alle origini".

Comincia, ora la cosiddetta “Fase 2” che prevede tempi non sicuramente brevi: la fase della convivenza con il virus fino a quando non sarà scoperto il vaccino per evitare ricadute continue in un sistema planetario orami senza frontiere.
L’obiettivo di questa riflessione non è quello di entrare nell’agone delle polemiche inutili e sterili in ordine alle responsabilità di governo, non solo a livello italiano, per il modo di come è stata o si sta gestendo questa improvvisa pandemia; ritengo invece, sia molto utile evidenziare quali possono essere gli effetti di questo evento catastrofico, non solo a seguito della sua fenomenologia di carattere acuto di questo periodo, ma nei due periodi successivi, non certamente brevi, che riguardano, rispettivamente, la convivenza con il virus, come già detto, e la la rinascita dopo la sua probabile sconfitta.
A noi preme capire cosa succederà durante la Fase 2 e quali possono essere i “comportamenti umani” nel contesto dei principali “ambienti” nei quali essi si potranno sviluppare; “comportamenti” nelle diverse articolazioni di persone singole o inserite in strutture ed organismi di governo e di indirizzo abilitati a perseguire gli obiettivi di crescita e di sviluppo sostenibile, in particolare della Calabria; e, non ultimi per importanza, “i comportamenti” del sistema produttivo.
Ci riferiamo, specificamente, agli aspetti sanitari, a quelli socio-psico antropologici ed a quelli socio-economici.
 
Partendo dall’ “ambiente sanitario”, se analizziamo i 5 punti che il governo nazionale intende prescrivere a tutta la popolazione italiana, durante il periodo di convivenza con il coronavirus, ci renderemo conto di quanto sia importante il ruolo dell’istituto regionale e delle amministrazioni locali per evitare una recrudescenza del contagio, in attesa del vaccino, e per garantire il rispetto delle regole scaturenti da tali prescrizioni.

  1. Il primo punto riguarda lo “stanziamento sociale e le mascherine obbligatorie”.
Questo significa che la maggior parte dei cittadini, o quasi tutti, dovranno avere la possibilità di dotarsi di mascherine adeguate e comunque da sostituire in continuità, e non sempre disponibili sul mercato; e trattandosi di una emergenza di ampia portata derivante da causa di “forza maggiore”, non si può pretendere che le mascherine vengano acquistate dai cittadini, in quanto il costo sarebbe assolutamente insopportabile per una popolazione che si sta impoverendo sempre più anche a causa della presenza di questa pandemia, con conseguente speculazione sui costi unitari di ciascuna mascherina.
  1. il secondo punto riguarda “più ospedali dedicati interamente al covid-19”.
Questo significa che tutte le aziende ospedaliere dovranno essere
affiancate spazialmente e funzionalmente da presidi ospedalieri completamente attrezzati per il ricovero dei pazienti contagiati dal coronavirus, sia in termini di posti letto, che di posti di terapia intensiva, unitamente a tutta la strumentazione necessaria per garantire al personale ospedaliero il massimo della sicurezza nell'espletamento del proprio lavoro ai diversi livelli.

  1. Il terzo punto concerne l'effettuazione dei “tamponi a tappeto e test sierologici”. Questo significa avere a disposizione non solo il numero dei tamponi adeguati, ma anche tutta la strumentazione ed il personale medico e paramedico specializzato per effettuare i test e diffondere i risultati in tempi rapidi.
  2. Il quarto punto inerisce al “tracciamento dei contatti tramite app e telemedicina”. Questo significa che, tra l’altro, la Regione Calabria dovrà dotarsi di tutta la strumentazione necessaria di natura informatica e telematica e di personale qualificato per questo servizio delicato ed altamente specialistico.

  1. Il quinto punto si riferisce al “rafforzamento delle reti sanitarie territoriali”. Questo significa che occorre, sia dal punto di vista logistico che dal punto di vista funzionale, realizzare le Case della Salute mai "nate" in Calabria, pur in presenza di fondi ordinari e comunitari, alcuni dei quali destinati per altre attività.
Tutti questi punti obbligano l’attuale governo regionale a prevedere una serie di azioni operative che pretendono un compito istituzionale quasi ai limiti dell’impossibile in una regione che, dal 1970 ad oggi, non ha fatto altro che accumulare passività in questo settore, avvolto da sprechi a malaffare.
 
A livello psico-socio-antropologico, non possiamo, poi, non porci il grande problema generale di tutti gli “effetti collaterali” che si stanno verificando all’interno delle diverse categorie che compongono la stratificazione sociale del nostro paese: mi riferisco a tutti coloro che sono costretti a convivere con delle “criticità stressanti” in ambito familiare, ai giovani a cui manca il rapporto fisico con i propri amici, alle persone che non riescono a stare insieme siano esse composte di single separati o di amanti, ai drogati, a coloro che hanno delle esigenze ossessive di vivere, a tutti i costi, nella “soggettualita’ plurima”, a coloro che coniugati o single non possono fare a meno delle prostitute, a coloro che hanno delle abitudini consolidate a tal punto da sentirsi in crisi di astinenza (dalla discoteca, al cornetto caldo, all’aperitivo o all’apericena), a coloro che abitualmente vivono nella illegalità, nella irregolarità o che sono succubi di patologie che le spingono a comportamenti anormali e pericolosi per la collettività.
Tutte persone che hanno, comunque, difficoltà a trasferire i desideri e le passioni con diversivi molto limitati rimanendo a casa.

Ma, il problema sussiste ance anche tra le categorie “regolari”; in particolare tutti coloro che vivono in povertà assoluta che l’Istat, nel 2019, quantifica, in Italia in 5 milioni di persone (fino a prima del coronavirus!) e quelle bisognose di cure che non riescono ad essere adeguatamente assistite.
E poi, cosa succederà quando arriverà l’estate e come si comporteranno i cittadini “regolari” e “irregolari”?
In più, che tipo di assistenza, sostegno e controllo potrà assicurare l’intera classe dirigente e le istituzioni competenti ai diversi livelli, perché la gente possa superare, nelle migliori condizioni, lo stress di una vita “in cattività” alla quale non si è abituati.
Ecco perché, sarebbe molto importate che tutte le istituzioni di governo e gli organismi abilitati prendano in considerazione, sin da subito, l’opportunità di creare una “rete globale e condivisa” di assistenza e sostegno psicologico alle categorie sociali che incominciano a dimostrare dei livelli di stress elevati che portano, inevitabilmente, nel breve periodo, alla rottura delle barriere che saranno previste da questa Fase 2, specialmente in ordine all’obbligo di rispettare il distanziamento fisico e ad essere limitati, anche se parzialmente, nella loro vita normale di relazioni.
In particolare, per quanto riguarda la nostra regione, il cui livello di povertà relativa si sta avvicinando al 50% dell’intera popolazione, urgono provvedimenti straordinari, come ad esempio, l’istituzione di un Ente Regionale di Assistenza e Solidarietà abilitato non solo a superare l’attuale emergenza, ma a promuovere e gestire, in via permanente e strutturale, il miglioramento della qualità della vita delle persone meno abbienti.

A livello economico, il problema è molto più grave a causa di un insieme di variabili esogene ed endogene indipendenti e, quindi, non facilmente controllabili persino da parte delle istituzioni di governo; con un blocco quasi totale dell’intero sistema produttivo che sta provocando dei danni enormi non facilmente sanabili nel breve periodo.
Le aziende sono ferme, la disoccupazione aumenta, le famiglie si impoveriscono sempre più con conseguente caduta dei consumi, l’esportazione si riduce all’osso e le importazioni diminuiscono e subiscono ritardi notevoli; una situazione preoccupante che diventa sempre più estrema con il passare del tempo.
Purtroppo, la velocità di perdita della ricchezza prodotta è molto elevata in queste condizioni e lo Stato italiano, già notevolmente indebitato nel corso degli anni, non potrà mai da solo far fronte alle criticità strutturali sempre più pressanti che si stanno creando quotidianamente.
Non a caso, le difficili relazioni che si sono create con alcuni Paesi dell’Unione Europea, in ordine alle modalità di sostegno all’Italia, stanno aumentando il livello di sofferenza e stanno mettendo a dura prova sia i pilastri che le fondamenta dell’intera costruzione europea.
Paradossalmente, proprio quel principio di solidarietà e di reciprocità che era stato alla base della sottoscrizione dei Trattati di Roma (1957) da parte dei 6 paesi fondatori dell’attuale Unione Eurpea (oggi a 27 stati membri dopo brexit e cioè dopo l’uscita del Regno Unito) si sta sgretolando a causa dei nazionalismi che continuano a minare l’intero processo di integrazione europea il quale ha subito notevoli rallentamenti anche prima de coronavirus, con particolare riferimento ai processi migratori.
Questa pandemia sta creando problemi di ampia portata a quasi tutti gli Stati del mondo ed in particolare a quelli

dell’Unione Europea maggiormente in difficoltà come Italia, Spagna e Francia.
Per tale motivo, l’Italia, primo Paese europeo colpito in modo grave dal coronavirus, ha chiesto all’Unione Europea la possibilità di emettere degli “eurobond” (chiamati oggi coronabond a causa del coronavirus), e cioè, di mettere in vendita dei titoli di stato sui mercati azionari per far fronte, attraverso una massiccia raccolta di liquidità finanziaria, alle spese legate alla diffusione dell’epidemia, in particolare quelle sanitarie, quelle per rilanciare l’economia, messa in ginocchio dalle misure restrittive che hanno congelato quasi tutte le attività produttive e quelle a sostegno delle famiglie.
Questa richiesta ha trovato forti resistenze da parte della Germania e dei suoi “satelliti” (specialmente Austria e Olanda), in quanto, a differenza del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), già regolato dalla legislazione internazionale ed attivo nell’Unione Europea dal 2012, l’emissione di eurobond obbligherebbe tutti gli Stati membri appartenenti alla zona  euro a diventare responsabili del debito in maniera congiunta e coobbligati in solido con i Paesi richiedenti.
Questo significa che i paesi più "virtuosi" (a posto, tra l’altro, con in conti pubblici) dovrebbero accollarsi un onere aggiuntivo, in termini di costo del debito, a favore dei paesi meno virtuosi.
Ecco perché essi non intendono condividere il rischio di indebitarsi se uno Stato non dovesse riuscire a ripagare il suo debito contratto tramite l’emissione di eurobond.
In tale contesto, essi si “difendono” sostenendo che la
protezione offerta dagli eurobond potrebbe spingere i governi con i conti “non in regola”, come l’Italia, ad aumentare i loro debiti, attraverso politiche di bilancio non strettamente legate ad affrontare gli effetti sociosanitari ed economici legati alla

pandemia del coronavirus (“azzardo morale”), con conseguente possibile aumento dei tassi d’interessi e fenomeni inflazionistici difficilmente controllabili.
Questi Stati non mancano di sottolineare, a proposito dell’Italia, come il suo elevatissimo debito pubblico, la burocrazia lenta, parassitaria e asservita alla politica, il regionalismo distorto, la carenza di governance multilivello, la mancanza di trasparenza negli atti pubblici, la presenza massiva della criminalità organizzata, la storica litigiosità politica e conseguente instabilità dei livelli di governo, mancanza di programmazione generale unitaria e condivisa, assenza di piani alternativi in caso di eventi emergenziali e le peculiarità di un sistema sociale ed economico “duale” (Nord/Sud), rappresentano i grossi limiti di un Paese dell’Unione che si presenta inaffidabile e poco credibile in relazione alla capacità di far fronte ai propri impegni in caso di concessioni senza condizioni come gli eurobond.
La soluzione a questi pericoli paventati dai Paesi del Nord Europa, non sarà mai trovata se essi continueranno a sacrificare quella “solidarietà di fatto” di cui parlava il Ministro degli Esteri Francese,     Robert Schuman     nel        1950,   quando         proponeva l’istituzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA)      sia         per    superare           le     antiche rivalità   tra                        Francia  e Germania,             sia    per                 creare                una Nuova             Europa                        afflitta   dalla povertà e coperta di macerie dopo il secondo conflitto mondiale. Questi                     stessi     Stati          che          si oppongono            all’emissione di eurobond non dovrebbero dimenticare che l’Italia è il terzo paese come dimensione dell’economia all’interno dell’Unione Europea ed un suo eventuale default sarebbe la fine inesorabile del “sogno europeo” degli anni ’50 del secolo scorso; e la Germania non dovrebbedimenticare quanto l’Italia ha dato all’Unione
Europea e quanto sia stata “permissiva”, nell’interpretazione

estensiva dei Trattati in occasione della unificazione della Germania,
E’ pur vero che gli eurobond provocherebbero meno rischi in presenza di una armonizzazione delle legislazioni in materia di politica fiscale e finanziaria tra i Paesi che compongono l’Unione Europea, ma è altrettanto vero che, considerata l’attuale emergenza, i principi ispiratori del processo di integrazione europea dovrebbero essere i veri pilastri fondanti di quella “reciprocità solidale” tanto decantata, ma quasi mai applicata (vedi anche il fenomeno dei processi migratori).
Così, le profonde differenze in termini di PIL tra i Paesi dell’Unione, la forza dei nazionalismi da parte di alcuni Stati membri non propensi a rinunciare ad una fetta consistente della sovranità nazionale, in materia impositiva e fiscale (“moneta unica si, ma bilanci pubblici sempre separati e nazionali!) e la lungaggine nella riforma dei Trattati che questa delicata materia comporterebbe (inclusa la revisione delle attuali competenze statutarie della Banca Centrale Europea), danno “man forte” alla Germania ed ai suoi satelliti per giustificare il loro diniego all’emissione degli eurobond.
A nostro avviso, tuttavia, nelle more di una riforma dei Trattati (che non si cambiano certamente dall’oggi al domani), l’emissione di eurobond avrebbe degli effetti benefici sui mercati se ci fosse “un’assonanza politica” ed una propensione alla “solidarietà di fatto” tra tutti i paesi dell’Unione Europea per superare questa grave e grande emergenza planetaria.
Nelle condizioni attuali, purtroppo, l’unico strumento attivo disponibile a livello dell’Unione Europea, per superare lo stallo dell’economia in difficoltà di un paese membro, è il Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes), o Fondo salva-Stati il quale, tuttavia, al di là di quello che sostengono alcuni “addetti ai lavori”, pretende il rispetto di condizioni piuttosto rigide per

consentire alla stessa Europa di poter controllare l’operato dello Stato interessato da questo strumento.
Sul Mes si stanno infatti creando confusione ed equivoci, non si capisce se per mera speculazione politica o per superficialità di “alcuni addetti ai lavori”.
A nostro avviso, non può esistere un Mes incondizionato
senza una modifica dei Trattati di riferimento.
Esso, in quanto organizzazione internazionale, istituita con apposito Trattato dai Paesi dell’UE appartenenti alla zona euro, concede, come già detto, prestiti a condizioni molto rigorose ed allo stato attuale difficilmente sopportabili dall’Italia, visto il suo altissimo livello di indebitamento pubblico.
Comunque, ammettendo che il percorso che si sta cercando di individuare, per attivare il Mes, fosse giuridicamente valido, o in grado di “bypassare” le regole imposte dal Trattato ci sembra poco interessante un prestito di 33/36 miliardi di euro, per finanziare spese sanitarie, con un piano di rientro.
Se dessimo, forse uno sguardo alla ricchezza privata italiana, in termini di attività finanziarie delle famiglie e quelle delle società, che supera i 6.000 miliardi di euro, depositati presso le banche, non sarebbe difficile immaginare tecnicamente la “mobilitazione” del 20% di questi investimenti privati, ad esempio attraverso la Cassa Depositi e Prestiti e risolvere il problema direttamente in casa senza Mes e senza l’intermediazione comunque difficile di alcuni Stati dell’Unione; i prestiti si devono comunque restituire e non osiamo pensare a come pagare i debiti specialmente durante la prima fase della ricostruzione, e cioè in grande stato di debolezza economica e finanziaria,
Con gli interventi della BCE e con gli aiuti di solidarietà da parte degli altri Paesi del mondo che stanno arrivando, il sistema

Italia potrebbe partire senza traumi ulteriori e senza pensare a patrimoniali o a tassazioni varie in questo particolare momento.
Ma al di là di tali aspetti specifici, la tensione tra gli Stati del Nord e quelli del Sud dell’Europa, bisogna ricercarla nel processo sempre più prepotente ed invasivo della “germanizzazione dell’Europa” che sta compattando la Germania ed i suoi satelliti, tra cui Olanda e Austria, in un “blocco internazionalistico” che mina sempre di più il processo di integrazione europea; un processo già indebolito dalle disparità sempre più marcate a seguito dell’allargamento, dalle diverse velocità che caratterizzano l’attuale operato dell’Unione e dalla globalizzazione che tende a schiacciare, come in una morsa, le economie più deboli.
Se guardiamo specificamente all’Olanda, in quanto avanguardia della Germania, ed alla sua forte opposizione in relazione alle emissioni di eurobond, constatiamo che le cause di fondo di questa intransigenza sono da ricercare, principalmente nel fatto che questo paese, a dati 2018, è la quinta economia dell’Unione economica e monetaria (dopo Germania, Francia, Italia e Spagna) e vanta il quinto Pil pro-capite (superiore a
42.000 euro) più alto dell’Eurozona (dopo Lussemburgo, Irlanda, Danimarca e Svezia); è il secondo esportatore mondiale nel settore agricolo e la sesta economia mondiale per livello di competitività (dopo Stati Uniti d’America, Singapore, Germania, Svizzera e Giappone); senza considerare che questo stato è la sede fiscale delle multinazionali (il paradiso delle holding) in quanto molte società trasferiscono la sede legale ad Amsterdam per il diritto societario favorevole.
Ma questo atteggiamento ostile è solo la punta dell’iceberg, in quanto l’Olanda, unitamente ad altri paesi del nord d’Europa, si configura come il principale satellite della Germania ad essa

culturalmente subordinato e plagiato dalle “virtù germaniche” sia per quanto riguarda la stabilità finanziaria che per quanto concerne il rispetto ossessivo del principio di austerità; e queste pseudo virtù stanno convincendo molti paesi membri del nord Europa che ciò che è bene per la Germania è, per definizione, bene anche per tutti gli altri Paesi membri.
E più alcuni Stati membri si rivelano deboli, più si allarga il processo di germanizzazione dell’Europa all’interno del quale il “Sistema Merkel” (“Merkellismo”) è diventato il grande fattore veicolante per rafforzare l’idea che l’interesse dell’UE debba coincidere con quello tedesco a condizione che l’interesse tedesco stia al di sopra di quello dell’UE.
Con il suo tratto falsamente rassicurante, garbato, umano e Ospitale, coniugato con un atteggiamento compromissorio e attento a non alienarsi le simpatie dell’opinione pubblica, in caso di turbolenze politiche, la Cancelliera Angela Merkel riesce a camuffare, con abile destrezza, il suo opportunismo, la sua ambizione, la voglia di comando ed il mantenimento del potere.
Ma, al di là di tutto questo, rimane in piedi il grande problema di come far fronte alle esigenze di liquidità necessaria per soddisfare appieno gli attuali bisogni del sistema Italia, in conseguenza di questa Pandemia.
La solidarietà degli altri Paesi extracomunitari e gli interventi della BCE non bastano.
Occorre che l’Unione Europea prenda delle decisioni urgenti e definitive per consentire all’Italia, alla Francia ed alla Spagna di superare sia il periodo di convivenza con il coronavirus che la fase della Rinascita.
Nello stesso tempo, occorrono degli impegni altrettanto chiari, precisi, veloci, trasparenti ed incisivi da parte del Governo italiano per evitare di creare il blocco definitivo del sistema impresa, di creare conflitti sociali non facilmente contenibili e di

organizzare l’intero sistema sanitario nazionale anche a costo di una rinazionalizzazione, nel tempo, delle competenze attualmente delegate alle regioni.
Se l’Europa resiste, l’Italia deve avere il coraggio, come sottolineato prima di creare un grande “Fondo di Ricostruzione” attraverso l’utilizzo di parte della ricchezza finanziaria privata, depositata presso le banche, da restituire naturalmente in tempi “compatibili” con quelli della ricostruzione ed a tassi di interessi altrettanto “compatibili” in relazione alle esigenze dei creditori ed alla “capacita di restituzione” da parte dello Stato.
S’impone, cioè, una elevata capacità politica di programmazione e pianificazione degli interventi, un’altrettanta elevata capacità organizzativa delle fasi di progettazione, gestione  e   controllo   delle   azioni   da   effettuare, un’adeguata cultura politica nella prevenzione, una maggiore trasparenza degli atti, una velocizzazione delle procedure amministrative ed una completa deburocratizzazione dell'intero processo nella realizzazione degli interventi.
A livello calabrese, questo grave stato di emergenza impone l’avvio di un nuovo corso per consentire alla regione di poter far fronte ad eventi di questa portata non solo in campo sanitario.
Sarà in grado il governo regionale di avviare un vero patto per la crescita, sin da subito, in grado di coinvolgere tutte le forze “democraticamente” attive della regione nei settori più sensibili per uno sviluppo sostenibile ed una crescita strutturale della calabria?
Riuscirà  il  governo   regionale   a   promuovere   una forma attiva di governance multilivello in grado di coinvolgereil governo e gli enti locali sub-regionali in funzione delle loro prerogative istituzionali e costituzionali?

Le altre “istituzioni non “governative” (Chiesa, Famiglia, Scuola e Società Civile) come reagiranno a difesa del bene comune?
Ecco perché, oggi più che mai, le istituzioni che governano dovrebbero analizzare questi gravi problemi e cercare di individuare, immediatamente, strategie di salvaguardia per evitare che, dopo il coronavirus, saremo tutti confrontati con un “deserto indistinto” pieno di miraggi e persino privo di oasi di ancoraggio per avviare la Ricostruzione.
Occorre, perciò, capire cosa significa prossimi mesi, quando si parla della Fase 2, per poter meglio analizzare e comprendere la capacità di resistenza e di tenuta dell’intero sistema sociale, in particolare della nostra regione.
Si dice, infine, che c’è invece, un “segmento” all’interno della stratificazione sociale che riesce a trarre grandi benefici quando si verificano eventi catastrofici; ci si riferisce alle mafie che approfittano, immediatamente, del disequilibrio, a tutti i livelli, che si crea in queste circostanze per sostituirsi allo Stato: “pacchi dono” alle famiglie bisognose e prestiti alle micro imprese in difficoltà per allargare il consenso, consolidare il loro potere e riciclare il denaro “sporco”.
Senza contare che la criminalità organizzata, guarda caso, ha le mani in pasta in buona parte della catena agroalimentare e della distribuzione commerciale che sono i comparti “liberi” nel contesto dei limiti giusti imposti dal Governo.
Come è possibile constatare, i problemi sul tappeto, in questo particolare momento, sono molti e di difficile soluzione.
Ce la faremo solo se decideremo tutti insieme di rimboccarci le maniche e cominciare a lavorare “Uniti nella Diversità”.

 

 


ebag Vincenzo Falcone - Politiche Europee     info@vincenzofalcone.it
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