Articoli e Interventi >> IL LIBRO DEI QUARTIERI
 


 

Parlando del Libro dei Quartieri non intendo presentarvi il libro Cuore o la rimembranza dei borghi di Leopardinana o di Carducciana memoria.
Il libro dei quartieri non è il manuale delle giovani marmotte, ma deve essere visto come uno strumento, con una doppia valenza strategica: il terminale storico a livello economico, sociale, culturale ed urbanistico di una città o di un agglomerato urbano e, nel contempo, una avanguardia per esplorare il raggiungimento di tre obiettivi prioritari:  migliorare la qualità della vita di un ambito sociale, dare corpo e consistenza alla socialità urbana, elevare il tenore di vita delle popolazioni locali di riferimento.
Esso deve essere considerato come la sintesi di una trasformazione sociale ed urbana di una città, nella fattispecie Catanzaro che, negli ultimi 50 anni ha vissuto una continua degradazione, a causa di una grande ed incomprensibile insensibilità della classe dirigente che l’ha abbrutita e desertificata, non curante delle conseguenze deleterie che questa città avrebbe subito nel tempo.
Una classe dirigente che non ha saputo e voluto tracciare un programma di prospettiva ed esplorare i percorsi più adeguati per consentire a questa città di migliorare la qualità ed il tenore di vita di suoi cittadini.
Io l’ho vissuta direttamente e indirettamente dal 1958; da quando venni catapultato da Zagarise, mio paese di origine, in questo nuovo ambiente chiamato città; rimasi impressionato dal numero delle macchine in circolazione, vive e strombazzanti, (da noi ce ne erano tre in tutto), le grida del mercato generale, il passaggio improvviso dalle abitazioni della gente povera a quelle della classe più abbiente lungo l’asse di corso Mazzini, con le sue viuzze laterali strette e caratterizzate dall’odore e dai profumi gradevoli delle fritture emanate delle piccole osterie e trattorie locali.  
Io credo che molti di voi ricorderanno e le peculiarità e le specificità di ciascun quartiere di allora, dove si mescolava, all’odore della carbonella dei bracieri, il vociare della gente che sedeva davanti alle porte o dialogava da finestra a finestra, grazie alla tranquillità silenziosa dei luoghi dove abitavano, mentre i ragazzi, senza grandi pretese tecnologiche, trascorrevano il loro tempo in giochi sani e rilassanti.
Rimasi impressionato dal camion che puliva e rinfrescava corso Mazzini nella giornate calde di agosto e lo struscio lungo il corso, la sera indipendentemente, dalla temperatura.
Povertà, solidarietà e reciprocità convivevano in una fascia sociale, la più ampia, che si disperdevano e perdevano la loro essenza mano mano che si saliva lungo l’ampolla della stratificazione sociale, dove le diversità, purtroppo, si trasformavano in disparità.
La mia non è nostalgia del passato e cioè la piacevole tristezza dei miei ricordi d’infanzia, ma la constatazione del processo involutivo di una città caratterizzata da una modernizzazione senza sviluppo.
Una città che ha ormai istituzionalizzato la virtualità dell’essere con l’incertezza del divenire, dove la cultura del “se sto bene io, stanno bene anche gli altri” è diventato quasi una normalità della convivenza, dove i diritti ed i favori sono miscelati in una zona grigia che ha indebolito il valore universale della persona, dove la tendenza all’implosione di un presunto benessere nei microsistemi che ci siamo creati, come in delle bolle di ossigeno artefatto, ci ha trasportato, inconsciamente all’oscurantismo sociale ed all’immobilismo nel cambiamento.
Proviamo a guardarci intorno ed osservare, ogni tanto questa città, con senso critico, sacrificando, in piccolissima parte, i nostri impegni quotidiani.
Proviamo a camminare a piedi e guardare in faccia questa città, attraverso i quartieri e vi accorgerete del suo volto triste e spento.
       Eppure Catanzaro è capoluogo di Regione sin dal 1970, con 9 Presidenti Regione rispetto ai 4 di Cosenza ed 1 di Reggio Calabria, inclusi i Governatori.
Eppure Catanzaro è rimasta una città sconosciuta, isolata senza dialogo vero con la Regione, se non in caso eccezionali di eventi catastrofici.
Personalmente questa città l’ho vissuta direttamente da ragazzo, da dirigente regionale, da sottosegretario alla Presidenza, da docente Universitario ed indirettamente da Segretario Generale del Comitato delle Regioni da Bruxelles.
 E devo constatare, per quanto mi riguarda, che fino ad oggi la maggior parte di coloro che l’hanno amministrato non hanno saputo o voluto individuare quelle politiche intese a dare ai cittadini di questa città una migliore qualità della vita.
Proviamo a riflettere sul concetto di  percezione  del  livello di vita e della qualità della vita e ci rendiamo conto che forse quello che io sostengo è vero.
Un centro urbano dovrebbe essere uno spazio propulsivo in grado di esercitare un potere di attrazione, nel quale il livello di vita dovrebbe riguardare le esigenze cosiddette materiali in termini di salute, alimentazione, occupazione, reddito, ecc., mentre la qualità della vita dovrebbe riguardare le condizioni non materiali di vita, soprattutto la qualità delle relazioni umane, l’integrazione sociale e culturale, la qualità dell’ambiente, o altro.
Cosa è stato fatto fino ad oggi, più o meno?; dico più o meno, perché quando non si fa alcunché prima, successivamente,  sembra molto anche quando  si fa poco.
Tutto è stato concentrato in modo ossessivo, ma distorto, sulla pianificazione dell’uso fisico del territorio, senza considerare la città come un’opera dell’uomo, in una dimensione culturale ed umanistica in grado di dare dignità a chi vi abita e la vive.
Poco interesse per il sostegno urbano, la competitività e la sostenibilità.
Proviamo a fare una foto questa nostra città e riflettere su un suo eventuale potere propulsivo:
Registriamo reali processi di modernizzazione?
Di sviluppo urbano?
Di progresso tecnologico?
Di innovazione?
Di riduzione delle disparità sociali?
Se qualcuno mi dicesse che abbiamo registrato in questi ultimi anni una migliore qualità della vita, io gli porrei un’altra domanda: per chi?
Personalmente sono molto preoccupato circa l’elevatissimo tasso di disoccupazione, specialmente giovanile, in una città che non cresce e non è competitiva.
Mi sono posto la domanda a che ora si sveglia Catanzaro rispetto a Modena o a Mantova e se Catanzaro e sveglia o dorme.
Io dico che Catanzaro sonnecchia e da moltissimo tempo.
Oggi, perciò, non ci possiamo più permettere il lusso di vivere, in una città, dove il tempo, invece di misurarsi in anni, si misura in secoli.
Un esempio fra tutti.
Ho vissuto in qualità di Sottosegretario alla Presidenza di questa Regione, l’incapacità della classe dirigente tecnica e politica dell’amministrazione comunale di trovare delle soluzioni a gravi problemi ed eventi straordinari, nel senso che anche in presenza di risorse finanziarie di progetti in corso e di idee progetto, le decisioni e le proposte tardavano ad arrivare in modo incomprensibile, facendo cadere l’architettura del programma che era stato definito tra Regione e Comune.
Si sono persi finanziamenti che ero riuscito a recuperare a livello comunitario, di una grande parcheggio con scale mobili dal Sansinato, verso Carlo V e fino a Corso Mazzini, alla incapacità di creare un insieme funzionale  tra progetti in corso ed altri programmati.
Mi riferisco alla Cittadella regionale, alle nuove infrastrutture a corredo del Polo Universitario, al tratto ferroviario Germaneto-Lamezia, al nuovo ospedale sempre osteggiato e mai realizzato alcune idee progetto che la stessa Regione, pur nella lentezza del suo operato, aveva concepito per Catanzaro:
  • Il Centro regionale dell’economia sociale
  • L’Agenzia regionale per la prevenzione dei rischi naturali
  • Un Centro strategico per le neuroscienze e le biotecnologia
  • L’Istituto per la ricerca sulle malattie mediterranee.
Ometto di parlare di alcune tristi questioni sui parcheggi mai realizzati anche se provvisti di copertura finanziaria.
Qualche tempo fa, lessi il Rapporto Rur/Censis su Le città italiane in movimento,  e si registrava  che Catanzaro era  a cavallo tra le città della rincorsa che sono quelle con una realtà potenzialmente dinamica, ma che scontano difficoltà strutturali, e le città arretrate  che rimangono su posizioni marginali, condizionate dall’alto tasso di disoccupazione e dalle difficili condizioni sociali.
Questo significa che essa fa fatica ad imporsi come motore di crescita economica e come luogo di sviluppo e benessere sociale.
Basti pensare  alla rigidità del sistema economico e produttivo ed al minore sviluppo nei servizi che ne frenano il rinnovamento e la crescita.
Il settore bancario raccoglie e non impiega.
Grado di sviluppo informatico dei servizi comunali è scarso.
Abbiamo una bassa cultura di rete.
Abbiamo, come cittadini e come imprese, un basso livello nella capacità di  promuovere l’ampliamento, la qualità e la fruibilità dei servizi locali forniti con internet ed altre tecnologie digitali.
Io voglio bene a questa città, ma mi fa male, da cittadino, convivere con la sua triste e solitaria struttura urbana del nord ed il caos ed il disordine del quartieri di pianura ed in particolare di Catanzaro Lido.
Io ritengo che occorre svegliare le coscienze addormentate di tanti Catanzaresi nelle loro diverse stratificazioni sociali.
Occorre un patto per la crescita, chiamando a raccolta non solo le istituzioni di governo ma tutte le altre come la scuola, la famiglia, la società civile e la chiesa.
E noi rotariani dobbiamo contribuire, insieme con altri Organismi, Associazioni e Strutture attive presenti in questa città, attraverso la costruzione di una rete funzionale, per tentare di avviare la cultura della discontinuità rispetto alla situazione attuale.
Voi sapete e conoscete meglio di me che la nostra missione prioritaria è quella di contribuire ad elevare la qualità della vita, a diffondere un maggior rispetto della dignità umana e promuovere uno spirito di maggiore comprensione reciproca fra tutti i popoli.
Noi abbiamo il compito, tra l’altro, di fornire servizi umanitari, incoraggiare a rispettare rigorosi principi etici in tutti gli ambiti professionali
Ma, mi corre l’obbligo di sottolineare che fornire i servizi umanitari non significa semplici azioni operative fini a se stesse, quasi come un forma di missione assistenzialistica dove noi siamo il cervello e tutto quello che ci circonda è popolo da assistere.
Dobbiamo essere ispiratori umili della solidarietà, di una migliore socialità urbana ed essere guardiani di un avanzamento della qualità della vita e di un benessere sociale migliore
Dare spazio a quello che ci hanno insegnato Socrate, Platone ed Aistotele circa il Dialogo, la Bellezza ed il Bene Comune.
Noi non dobbiamo agire per missione dall’alto in uno splendido isolamento. ma dobbiamo operare con gli altri sempre partendo dal basso.
Ecco da dove è nata l’idea della predisposizione ed istituzionalizzazione di un Libro dei Quartieri: un “progetto speciale”, quale contenitore integrato di rivitalizzazione dei quartieri in funzione delle loro peculiarità e specificità e di collegamento funzionale tra gli stessi, al fine di rafforzare un gioco di squadra senza il quale si continuerà a vivere di interventi “incompiuti”, temporanei e privi prospettiva.
Questa "idea progetto" venne da me lanciata ed accolta da alcune collettività regionali e locali del centro/nord dell'Unione Europea, sulla base delle esperienza fatta in Francia sulle Zone Franche Urbane.
In quanto Segretario Generale del Comitato delle Regioni (Bruxelles), promossi la costituzione di una Commissione che aveva il compito istituzionale di studiare le "migliori pratiche" europee in diversi settori e campi d'azione.
Specificamente, quale è l'idea che sta alla base della creazione del "Libro dei Quartieri", promosso dalle amministrazioni locali di medie e grandi dimensioni.
Ogni collettività locale (nel caso nostro i comuni in grado di farlo per territorio e popolazione,) dovrebbero avvalersi di un squadra di super esperti in diverse discipline i quali, a titolo gratuito, dovrebbero impegnarsi alla redazione di un documento, diviso per capitoli, contenente una analisi accurata dei punti di crisi e dei punti di forza di ciascun quartiere della città di riferimento, a livello sociale, economico, culturale ed urbanistico.
Questa squadra dovrebbe essere composta almeno da uno psicologo, un giurista/amministrativista, un urbanista, un sociologo, un geologo, un medico ed un economista.
Questo perché, da un lato occorre inquadrare i punti di crisi ed i punti di forza, identificati in un "insieme funzionale" e, dall'altro, individuare le strategie più adeguate per raggiungere gli obiettivi prefissati, in tempi brevi, a costi sociali ed economici più convenienti possibili e con ricadute qualitativamente incisive.
Questo gruppo di esperti avrebbe il doppio ruolo di "idea's makers" (fabbricatori di idee) e di "valutatori della socialità urbana".
Da un punto di vista procedurale, i rapporti mensili dei valutatori dovrebbero essere discussi in consiglio comunale per stabilire i tempi e le priorità d'intervento delle azioni da mettere in campo, sia per ridurre le criticità riscontrate in ogni quartiere, sia per migliorare la performance dei loro punti di forza.
Il "Libro dei Quartieri" dovrebbe consentire di conoscere, con la massima trasparenza e con cognizione di causa, la realtà di tutti i quartieri della città e la loro vivibilità, nonché le loro dinamiche sia in senso intrinseco che attraverso una strategia circuitale in grado di far diventare l’intera città un attrattore, economico, sociale e culturale.
Naturalmente, per avere una chiara conoscenza dei punti di crisi e delle potenzialità dei quartieri e della loro possibile forza circuitale, occorre partire dalla predisposizione di una batteria di indicatori che dovrebbero misurare, tra l’altro, a titolo esemplificativo, la situazione sociale, economica ed urbanistica di ciascun quartiere, la diffusione della micro-criminalità, la disponibilità e/o le carenze nei servizi pubblici, informazioni sulla popolazione immigrata, le caratteristiche del patrimonio immobiliare non residenziale o di aree non utilizzate e disponibili per l’insediamento di attività economiche, con particolare riferimento alla rivitalizzazione delle arti e dei mestieri, il tasso di disoccupazione, la popolazione giovane residente, il tasso di scolarizzazione, il livello di esclusione sociale.
L’insieme degli indicatori di quartiere, analizzati e messi a confronto tra di loro, consentirebbe una reale conoscenza dell’area di riferimento in termini di superamento delle loro criticità strutturali e di sviluppo delle loro potenzialità.
Il livello di vita e la qualità della vita della nostra città registra posizioni al di sotto degli standards europei ed italiani ed impone delle scelte ben precise si vuole superare lo stallo che ci contraddistingue.
Una società civile matura, dinamica, aperta e capace di adattamento deve essere in grado di “sentire” la vera idea dello sviluppo integrato e durevole e deve essere capace di formulare e realizzare strategie coerenti, a medio e lungo termine: è questa l’unica condizione per arrivare allo sviluppo autonomo.
Quello di cui noi abbiamo bisogno è di:
- una  città competitiva, viva e protagonista, capace di arrestare lo scambio clientelare di risorse pubbliche in cambio di consenso politico e di avviare uno sviluppo autonomo con la costruzione di strutture socioeconomiche indipendenti.
- una città che punti alla riduzione del degrado sociale ed alla lotta alla criminalità;
- una città che sappia aggredire la povertà e l’inoccupazione e risanare l’ambiente naturale e quello sociale;
- una città in cui si capisca che l’occupazione, in quanto diritto costituzionale di ogni cittadino, è una priorità assoluta, ma anche una conseguenza naturale del rafforzamento del tessuto produttivo e non una enunciazione di principio o una promessa politica;
- una città in grado di programmare il proprio sviluppo nel medio e lungo periodo, utilizzando bene e a pieno gli incentivi per lo sviluppo, tenendo conto delle vocazioni d’area e dei settori più competitivi in tal senso;
- una città che sappia difendere e dare fiducia ai cittadini ed alle strutture economiche locali;
-una città che sappia allargare lo “spazio sociale” e garantire una migliore filiera nelle interrelazioni tra identità cultura e territorio.
Naturalmente, lo sviluppo strutturale di un’area non può essere concepito in modo isolato e senza correlazioni spaziali dinamiche capaci di garantire le migliori condizioni di crescita sociale e livello di vita.
       Io sono convinto che per dare alla nostra città delle buone prospettive di crescita, queste devono essere concepite partendo dalle sue specificità e peculiarità e tenendo conto anche delle interrelazioni possibili con i sistemi urbani viciniori  e con i territori limitrofi.
       Un progetto metropolitano di creazione di un asse preferenziale tra Catanzaro e Lamezia può essere uno degli strumenti portanti dello sviluppo di reciprocità tra le due città.
Infatti, un accordo di cooperazione interistituzionale tra i due sistemi territoriali finalizzato a “priorizzare” le rispettive peculiarità potrebe divenire uno dei fattori di propulsione dell’intera area di riferimento.
In effetti, la creazione di un sistema territoriale (e non solo urbano) in cui economia, socialità, cultura e servizi possano convivere, in una logica di complementarità, costituiscono la base strutturale per una vera svolta sia nel miglioramento della qualità della vita, sia nell’innalzamento del livello di vita delle popolazioni interessate nelle due aree, dove Lamezia, rappresenterebbe la “città economica” e Catanzaro la città della “cultura e dei servizi nella prospettiva dell’economia digitale e dell’E-government.
Questa grande avventura e questa grande sfida che Catanzaro dovrebbe affrontare, in quanto Locomotiva della cultura, del sapere e del progresso sociale devono costituire un atto di fede per noi tutti per dare prospettiva alle future generazioni.
Che sia un piccolo villaggio, una media o grande città non cambia molto in termini di rispetto delle regole nel vivere comune; cambia invece l’esigenza e l’opportunità di creare metodi e strategie differenziate, per valorizzare le specificità e le peculiarità dei nostri ambienti a seconda della dimensione spaziale degli stessi.
Le nuove frontiere che si sono create e le altre ancora che si stanno creando ci impongono anche di saperci misurare con le nuove dimensioni fondamentali della qualità della vita che non significa la mera disponibilità di risorse materiali ed immateriali, ma anche la facilità di accedervi e di utilizzarle.
Mi riferisco:
  • allo sviluppo socio-economico generale della comunità urbana;
  • ai servizi disponibili nella città,
  • alle disparità sociali interne fra i residenti
  • al grado di attrattività della città
  • alla tecnologia ed innovazioni potenziali
  • all’ambiente fisico.
 
Ecco che cosa intendo per Libro dei Quartieri.
 
 
 
 
 

 

ebag Vincenzo Falcone - Politiche Europee     info@vincenzofalcone.it
Vincenzo Falcone - Politiche Europee
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